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"La Lectio Divina è una fonte genuina della spiritualità cristiana, e ad essa ci invita la nostra Regola. La pratichiamo, quindi, ogni giorno, per acquistarne un soave e vivissimo affetto e allo scopo d’imparare la sovreminente scienza di Gesù Cristo. In tal modo metteremo in pratica il comando dell’Apostolo Paolo, riportato nella Regola: «La spada dello spirito, che è la Parola di Dio, abiti in abbondanza nella vostra bocca e nei vostri cuori, e tutte le cose che dovete fare, fatele nel nome del Signore».”

Costituzioni Carmelitane (n. 82)

Lectio: 32ª Domenica del tempo ordinario


Gesù risponde ai Sadducei 
che ironizzavano la fede nella risurrezione
Luca 20, 27-40

Orazione iniziale

O mistero infinito di Vita.
Noi siamo nulla, 
eppure possiamo lodarti
con la voce stessa del Tuo Verbo
fatto voce di tutta la nostra umanità.
O mia Trinità, io sono un nulla in Te,
ma Tu sei tutto in me 
e allora il mio nulla è Vita... è vita eterna.

Maria Evangelista della SS. Trinità, O.Carm.

1. Lectio

Luca 20, 27-4027Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:28«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. 29C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. 30Allora la prese il secondo 31e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. 32Da ultimo anche la donna morì. 33Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». 34Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; 35ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; 36e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. 37Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe38Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». 39Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». 40E non osavano più fargli alcuna domanda.

2. Meditatio

a) Chiave di Lettura:

● Contesto

Possiamo dire che il brano propostoci per la nostra riflessione forma una parte centrale del testo che va da Luca 20:20-22:4 che tratta delle discussioni con i capi del popolo. Già all’inizio del capitolo 20, Luca ci presenta con alcuni conflitti sorti tra Gesù, i sacerdoti e gli scribi (vv. 1-19). Qui Gesù si trova in conflitto con la scuola filosofica dei Sadducei, che prendono nome da Zadok, il sacerdote di Davide (2 Sam 8: 17). Questi accettavano come rivelazione solo gli scritti di Mosè (v. 28) negando lo sviluppo graduale della rivelazione biblica. In questo senso si capisce di più il “Mosè ci ha prescritto” pronunciato dai Sadducei in questo dibattito malizioso pensato come tranello per incastrare Gesù e “coglierlo nel fallo” (vedi: 20: 2; 20: 20). Questa scuola filosofica scompare con la distruzione del tempio.

● La legge del levirato

I Sadducei, negano, appunto, la risurrezione dei morti perché, secondo loro, questo oggetto di fede non faceva parte della rivelazione tramandata a loro da Mosè. Lo stesso si deve dire a riguardo della fede nell’esistenza degli angeli. In Israele, la fede nella risurrezione dei morti compare per nel libro di Daniele scritto nel 605-530 a.c. (Dan 12: 2-3). La troviamo anche in 2 Macc 7: 9, 11, 14, 23. Per ridicolizzare la fede nella risurrezione dei morti, i Sadducei citano la prescrizione legale di Mosè sull’levirato (Dt 25, 5), cioè riguardo all’antica usanza dei popoli semitici (inclusi gli ebrei), secondo la quale, il fratello o un parente prossimo di un uomo sposato deceduto senza figli, doveva sposare la vedova, per assicurare (a) al defunto una discendenza (i figli sarebbero stati considerati legalmente figli del defunto), e (b) un marito alla donna, in quanto le donne dipendevano dal marito per il loro sostentamento. Casi come questi sono ricordati nell’ Antico Testamento nel libro della Genesi e in quello di Rut.

Nel libro della Genesi (38:6-26) si racconta come “Giuda prese una moglie per il suo primogenito Er, la quale si chiamava Tamar. Ma Er, primogenito di Giuda, si rese odioso al Signore e il Signore lo fece morire. Allora Giuda disse a Onan: Unisciti alla moglie del fratello, compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così una posterità per il fratello.” (Gen 38: 6-8). Ma anche Onan viene punito da Dio con la morte (Gen 38: 10) perché sapendo, Onan “che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra, per non dare una posterità al fratello” (Gen 38: 9). Vedendo questo, Giuda manda alla casa del padre Tamar, per non darle il terzogenito Sela in marito (Gen 38: 10-11). Tamar allora, travestendosi da prostituta, si unì con lo stesso Giuda, e ne concepì due gemelli. Giuda, scoperta la verità, diede ragione a Tamar riconosce che “Essa è più giusta di me” (Gen 38: 26).

Nel libro di Rut si racconta la storia della medesima donna, Rut la moabita, rimasta vedova dopo aver sposato uno dei figli di Elimèlech. Insieme alla suocera Noemi, fu costretta per sopravvivere a chiedere l'elemosina e a raccogliere nei campi le spighe scartate dai mietitori, fino a quando si sposa con Boaz, parente del suo defunto marito.

Il caso proposto a Gesù dai Sadducei ci ricorda però la storia di Tobia figlio di Tobit che si sposa con Sara figlia di Raguel, vedova di sette mariti, tutti uccisi da Asmodeo, il demone della lussuria, nel momento che essi si univano a lei. Tobia ha il diritto di sposarla perchè era del suo tribù (Tobia 7-9).

Gesù fa notare ai Sadducei che il matrimonio provvede alla procreazione, e quindi è necessario per il futuro della specie umana, in quanto nessuno dei “figli di questo mondo” (v. 34) è eterno. Ma “quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo” (v. 35) non prendono né marito né mogli in quanto non “possono più morire” (v.35-36), vivono in Dio: “sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio” (v. 36). Sia nell’Antico, che nel Nuovo Testamento, gli angeli sono chiamati figli di Dio (vedi per esempio, Gen 6: 2; Sal 29, 1; Lc 10, 6; 16, 8). Questa frase di Gesù ci ricorda anche la lettera di Paolo ai Romani, dove sta scritto che Gesù è Figlio di Dio in quanto alla sua risurrezione, lui il primogenito dei morti è per eccellenza il figlio della risurrezione (Rom 1, 4). Qui possiamo anche citare i testi di san Paolo sulla risurrezione dei morti come evento salvifico di natura spirituale (1 Cor 15: 35-50).

● Io Sono: Il Dio dei viventi

Gesù passa a confermare la realtà della risurrezione citando un’ altro brano tratto dall’Esodo, questa volta dal racconto della rivelazione di Dio a Mosè nel roveto ardente. I Sadducei evidenziano il loro punto di vista citando Mosè. Gesù, allo stesso modo confuta il loro argomento citando anche lui, Mosè: “Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe” (v. 37). Nell’Esodo troviamo che il Signore si rivela a Mosè con queste parole: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe” (Es 3: 6). Il Signore poi prosegue a rivelare a Mosè il nome divino: “Io-Sono” (Es 3: 14). La parola ebraica ehjeh, dalla radice Hei-Yod-Hei, usata per il nome divino in Es 3: 14, significa Io sono colui che èIo sono l’esistente.La radice può significare anche vitaesistenza. Per questo Gesù può concludere: “Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi” (v. 38). Nel medesimo versetto Gesù specifica che “tutti vivono per lui [Dio]”. Questa si può rendere anche “tutti vivono in lui”. Riflettendo sulla morte di Gesù, nella lettera ai Romani, Paolo scrive: “Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù” (Rom 6:10).

Possiamo dire che Gesù, per un'altra volta, fa vedere ai Sadducei che la fedeltà di Dio sia per il suo popolo, sia per il singolo, non si basa né sull’esistenza o meno di un regno politico (nel caso della fedeltà di Dio al popolo), e neanche sull’avere o meno prosperità e discendenza in questa vita. La speranza del vero credente non risiede in queste cose del mondo, ma nel Dio vivente. Per questo i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere come figli della risurrezione, cioè, figli della vita in Dio, come il loro Maestro e Signore, “essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna” (1 Pt 1: 23).

b) Domande per aiutare la riflessione:

● Che cosa ti ha colpito nel Vangelo? Qualche parola? Qualche atteggiamento particolare?
● Cerca di rileggere il testo del Vangelo nel contesto degli altri testi biblici citati nella chiave di lettura. Trovane anche tu degli altri.
● Come interpreti il conflitto che emerge tra i capi del popolo e i Sadducei con Gesù?
● Soffermati su come Gesù confronta il conflitto. Cosa impari dal suo comportamento?
● Quale pensi sia il nocciolo della questione nella discussione?
● Che cosa significa per te la risurrezione dei morti?
● Ti senti figlio/a della risurrezione?
● Cosa significa per te vivere la risurrezione già dal momento presente?

3. Oratio

Dal Salmo 16

Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto.

Accogli, Signore, la causa del giusto, 
sii attento al mio grido. 
Porgi l’orecchio alla mia preghiera: 
sulle mie labbra non c’è inganno. 

Sulle tue vie tieni saldi i miei passi 
e i miei piedi non vacilleranno. 
Io t’invoco, mio Dio: dammi risposta; 
porgi l’orecchio, ascolta la mia voce. 

Proteggimi all’ombra delle tue ali; 
io per la giustizia contemplerò il tuo volto, 
al risveglio mi sazierò della tua presenza.

4. Contemplatio

Dal diario mistico di 
Sr.
 Maria Evangelista della SS. Trinità, O.Carm.

Anche questa vita terrena è colma di amore, di doni di “verità”, doni nascosti e insieme rivelati dal segno... Sento gratitudine immensa per ogni valore umano. Vivere in comunione col creato, in amicizia con i fratelli, in apertura verso l’opera di Dio e l’opera dell’uomo, in continua esperienza dei doni della vita, anche se sofferti, anche se semplicemente umani, è una continua grazia, un continuo dono.

 

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Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.