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Giovani e Speranze

di Floriana Grassi

Quando oggi sentiamo parlare di "nuove povertà", dobbiamo sapere che ci si riferisce ad un fenomeno presente nella nostra società, in particolare nella nostra Italia, che trascende l'aspetto puramente economico e comprende una sfera più ampia che abbraccia tutti gli aspetti essenziali della vita: la famiglia, il lavoro, le relazioni. Le nuove povertà sono appunto quelle relazionali. Le "patologie della modernità", infatti, sono la solitudine, l'isolamento, l'esclusione sociale.

Quella italiana è una popolazione che invecchia perché le aspettative di vita aumentano ma anche perché diminuiscono le nascite, e se questo accade è perché le famiglie, se e quando si costituiscono, vivono situazioni di precarietà economico-lavorativa a causa delle quali tendono a non mettere al mondo figli per evitare di vivere e far vivere in miseria e perché non trovano nello Stato un sostegno sicuro. Lo Stato infatti, data la maggiore presenza di anziani, realizza progetti di protezione sociale principalmente per loro e non investe quanto dovrebbe nella popolazione giovanile e infantile, cioè nel futuro della società!

È una situazione che vuole pian piano cambiare, si stanno facendo dei piccoli passi nell'area materno infantile per incentivare la natalità; ma è certo che le politiche giovanili, cioè quelle azioni volte a dar valore alla presenza dei giovani nel nostro paese e specialmente nel Meridione, non sortiscono gli effetti voluti. I confronti internazionali rivelano come l'Italia sia il paese che destina meno risorse alle fasce giovani della popolazione.

È evidente come i giovani facciano fatica a stabilizzarsi con un lavoro e con una propria famiglia, per questo è diffusa la tendenza/necessità a restare con la fa-miglia d'origine, unica fonte di sicurezza. I giovani italiani sono quelli che più a lungo dipendono dai genitori e che più ritardano le tappe di transizione alla vita adulta. Se l'azione pubblica verso i giovani non è quella che dovrebbe essere è anche perché molto fa affidamento sull'azione protettiva della famiglia. Ma al di là dello stereotipo dei giovani italiani "mammoni", i dati economici e occupazionali hanno un grande peso sulla lunga permanenza nella famiglia d'origine, soprattutto nel Mezzogiorno.

«I giovani che restano a lungo in famiglia mostrano un maggior livello d'insoddisfazione e di sfiducia in se stessi e questo lascia pensare che in situazioni più favorevoli non resterebbero poi così a lungo nella casa dei genitori»'Negli studi realizzati sulle politiche sociali in Europa, emerge come il Mediterraneo europeo, tra cui l'Italia, sia il meno sviluppato sotto questo punto di vista. Alcuni studiosi in questa situazione evidenziano l'influenza della Chiesa cattolica.

In generale, la Chiesa, dove ha avuto reale influenza, ha sostenuto un modello fondato sui principio di "sussidiarietà", «giustificata in quanto espressione della responsabilità di ogni persona verso il benessere dell'altro. Questo in ragione della vicinanza della loro relazione.

Dato che le relazioni più vi cine e intime s'instaurano in primo luogo tra gli individui appartenenti ad una famiglia, è proprio quest'ultima ad essere chiamata a prendere su di sé la responsabilità primaria del sostegno sociale. Di conseguenza il ruolo di altre istituzioni che sono più lontane è più limitato, in altre parole, queste ultime svolgono un ruolo più "sussidiario" rispetto alle responsabilità primarie. Il ruolo dei servizi pubblici, in particolare, è sussidiario rispetto a quello della famiglia, della comunità locale, del settore privato».

La Chiesa pone al centro la famiglia, la comunità e il volontariato come attori vicini alla persona, rendendo sussidiario il ruolo dello Stato. Questo non dev'essere motivo di deresponsabilizzazione pubblica, né deve invogliare le famiglie italiane a non lasciar andare e rendere autonomi messe: egli certo vivrà e non morirà» (Ez 18,26-28).

Come cristiani, io credo, abbiamo anche la responsabilità nei confronti dei nostri fratelli non cristiani o non credenti. Quelli che incontriamo fuori dalle parrocchie: nelle scuole, nelle università, nei posti di lavoro, nelle nostre comitive, quelli che incontriamo per caso, quelli che trovano in noi un amico. Essi sono insieme a noi corpo di Cristo, perché condividono con noi il viaggio in questo mondo che è la nostra vita.
Un bellissimo messaggio ai giovani sulla speranza è quello di Don Tonino Bello, mandato ai giovani di Azione Cattolica della Diocesi di Lecce in occasione della "Festagiò" del gennaio 1993, anno della sua morte: Tutti quanti, come credenti, siamo annunciatori della Parola del Signore. [...] Un credente che non trasmette all'altro la Buona Notizia, è un credente spento, che non dice nulla. Il nostro annuncio, ci dice, sia audace, carico di utopia e di prassi. L'annuncio che si pratica nella contemplazione del volto. II volto dell'altro. Nella Bibbia noi leggiamo: "Il tuo volto Signore io cerco. Fammi scorgere il tuo volto". Noi dovremmo dire: "II tuo volto, fratello, io cerco. Fammi scorgere il tuo volto". Un volto, come dice Lévinas, un grande filosofo contemporaneo, che bisogna contempla re, che bisogna accarezza-re, col quale bisogna entrare in rapporto dialogico”.

Chiamati ad essere profeti del cambiamento, pronti a scrutare i cieli nuovi e le terre nuove, voglio concludere questo breve articolo con l'esortazione dello stesso don Tonino: »Gesù ha detto: "Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra". E noi che fuoco portiamo? Noi siamo cenere spenta, a volte.., viviamo nei nostri bivacchi, ma senza slanci, senza passioni! 1...] Io qualche volta sono un po' rattristato nel vedere i nostri giovani un po' stanchi, un po' flemmatici, pensosi soltanto alle loro cose, che si cintura-no di sicurezze. Vorrei esortarvi tantissimo ad allacciarvi insieme con gli altri. Sperimentate il senso della comunione, con tutti. Guardate alla gente che soffre, che muore. Battetevi per loro, perché cambi la mentalità del mondo... Voi ragazzi questo lo potete fare. Potete introdurre questi germi di novità nel nostro mondo che è così triste, è così infiacchito. Voi questo potete farlo!».

* Nel Vita Carmelitana - Anno 73 no. 5 - 2011

Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.