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Grazie per i martiri che donate alla Chiesa…

Grazie per i martiri che donate alla Chiesa…

(Papa Francesco)

[Lettera del Priore Generale a tutta la famiglia carmelitana,

in occasione dell’anniversario della beatificazione dei martiri delle Province Betica e di Castiglia]

 

Lo scorso 29 novembre 2013, nell’ambito dell’Assemblea Nazionale dell’Unione dei Superiori Generali, celebrata nella cosiddetta “Sala del Sinodo”, ha avuto luogo l’incontro dei Superiori generali di Ordini e Congregazioni maschili con Papa Francesco. Si è trattato, senza dubbio, di un incontro storico, durante il quale, per più di tre ore e senza un filo conduttore prestabilito, i padri generali hanno potuto rivolgere al Santo Padre domande relative a differenti temi e questioni riguardanti la vita religiosa. Papa Francesco ha sottolineato in ripetute occasioni che ciò che egli più spera di trovare nella vita religiosa è la “testimonianza”. Il Papa ha ribadito che la testimonianza è un qualcosa di estremamente serio, perché implica una grande responsabilità e onestà di vita. Quando si vive in modo profondo, con gioia e coerenza e nonostante le inevitabili mancanze umane, la consacrazione religiosa diviene segno profetico per la Chiesa intera. Alla fine dell’incontro e dopo aver annunciato che il 2015 sarà l’Anno della vita consacrata, il Papa si è congedato con parole di affettuosa gratitudine:

Grazie per quello che fate, per il vostro spirito di fede e di servizio. Grazie per la vostra testimonianza, per i martiri che senza sosta donate alla Chiesa e anche per le umiliazioni che dovete affrontare: è il cammino della croce. Grazie di cuore.

Proprio poche settimane prima di tale incontro, il 13 ottobre 2013, in una solenne celebrazione presieduta dalCardinale Angelo Amato, erano stati beatificati, a Tarragona (Spagna), cinquecento ventidue martiri del XX secolo spagnolo, diciannove dei quali carmelitani: nove appartenenti alla Provincia di Castiglia (Alberto María Marco Alemán e i suoi compagni) e dieci appartenenti alla Provincia Betica (Carmelo Moyano e i suoi compagni).

Questi due gruppi si uniscono così a quello formato da sedici carmelitani della Provincia di Catalogna (nel 1936 Commissariato Generale), insieme ad una monacadel monastero di Vich, beatificati a Roma nell’ottobre del 2007. Era quello il primo dei quattro gruppi di carmelitani spagnoli, vittime di un medesimo destino, cui la Chiesa, in modo ufficiale e solenne, riconosceva una testimonianza di fede autentica, dichiarandoli beati. Per me, si è trattato di un momento particolarmente emozionantein quanto per la prima volta apparivo in un atto pubblico in qualità di Priore Generale dell’Ordine carmelitano dopo l’elezione avvenuta durante il Capitolo Generale celebrato a Sassone (Roma) nel settembre 2007. In occasione di quella beatificazione ho pubblicato la lettera circolare Perseverantes in caritate, inviata a tutto l’Ordine e alla Famiglia carmelitana.

Ora, a un anno da tale beatificazione, mi propongo, in un certo modo, di riprendere quella riflessione, raccogliendo il messaggio di speranza lanciatoci ancora una volta dai nostri martiri carmelitani. Essendomi stato impossibile farlo nel momento giusto, a causa, tra l’altro, della prossimità del Capitolo Generale e dei quattordici capitoli presieduti da gennaio a giugno, desidero non perdere quest’occasione, così importante per la nostra famiglia religiosa, di condividere con tutto il Carmeloalcune brevi riflessioni che possano aiutarci ad approfondire il senso di tale beatificazione, indubbio motivo di sano orgoglio per la testimonianza dei nostri fratelli, ragion per cui mi sono permesso di usare come titolo la frase di Papa Francesco già ricordata. Articolerò le mie idee intorno alle tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità.

1. Fede. La prima idea che vorrei sottolineare è che i martiri sono, al di là di qualunque altra considerazione, “testimoni” della fede, della vita cristiana, del Vangelo. I martiri (basta leggere le impressionanti narrazioni della loro morte) non erano fanatici suicidi o radicali difensori di questa o quell’ideologia, ma semplici credenti, vale a dire persone che hanno creduto fiduciose, che hanno vissuto la propria fede con autenticità e che, persino nei momenti terribili della persecuzione e di fronte alla minaccia della morte, hanno saputo testimoniare tale fede, firmandola con il proprio sangue. Risultasignificativa l’insistenza dei testimoni riguardo a un dato: tutti sono morti perdonando o persino benedicendo i propri carnefici. Il Cardinale Bertone, allora Segretario di Stato Vaticano, nell’omelia pronunciata durante la messa di ringraziamento per la beatificazione del 2007, ha insistito molto su questo punto:

Questi martiri non sono stati proposti alla venerazione del Popolo di Dio per le loro implicazioni politiche, né per aver lottato contro chicchessia, ma perché hanno offerto le loro esistenze come testimonianza di amore a Cristo e con la piena consapevolezza di sentirsi membra della Chiesa. Per questo, nel momento della morte, tutti erano concordi nel rivolgersi a coloro che stavano per ucciderli con parole di perdono e di misericordia.

Anche la Conferenza Episcopale spagnola ha insistito su questa idea nel messaggio inviato nel 2013 in occasione della beatificazione che ora ricordiamo:

I martiri sono morti perdonando. Per questo sono martiri di Cristo, il quale, sulla croce, perdonò chi lo perseguitava. Celebrando la loro memoria e affidandosialla loro intercessione, la Chiesa desidera essere seminatrice di umanità e riconciliazione [...]. Non vi è maggior libertà spirituale di quella di coloro che perdonano chi toglie loro la vita. Si tratta di una libertà che nasce dalla speranza della Gloria.

In alcuni casi, questo dato assume colori veramente drammatici ed emozionanti. Ancora oggi, dopo tanti anni da quelle tristi circostanze, ci commuove l’esempio dei carmelitani che, di fronte a un plotone d’esecuzione, dopo giudizi oltremodo sommari, senza le minime garanzie legali, colpevoli dell’unico “delitto” di essere religiosi... furono capaci di perdonare i propri carnefici e morirono come segno di benedizione per tutti. Possiamo dire che quegli uomini e quelle donne furono capaci di incarnare l’esigente raccomandazione di Pietro e di rendere reale la nostra vocazione fondamentale: benedire! 

E finalmente siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili; non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione.

Quanto detto permette forse di spiegare un dato che sorprende notevolmente quando si leggono le dichiarazioni dei testimoni: quei carmelitani che si trovavano faccia a faccia con la morte mantennero sempre un atteggiamento di serenità che cercarono di trasmettere, per quanto possibile, a coloro che li accompagnavano. Potremmo pensare che la ricchezza interiore (la fede, la vita di preghiera, la profonda spiritualità vissuta per anni) fioriva in quei momenti drammatici e terribili. Ancor più sorprendente risulta il silenzio con cui quegli uomini soffrirono umiliazioni, insulti e persino torture. Oggigiorno, sommersi come siamo da parole vane, rumori, tensioni, opinioni superficiali e affrettate, il carmelitano è chiamato alla profondità interiore, a non lasciarsi trasportare dalla superficialità ovunque regnante, a distinguere, riprendendo le parole del poeta Antonio Machado, le voci dagli echi o persino, se mi si permette la piccola variante, la Voce dagli echi.

Non si trattava di un silenzio vigliacco. Ancor meno si trattava di un silenzio complice. Quel silenzio racchiudeva una denuncia serena e una preghiera sentita. In certo qual modo, quei carmelitani stavano mettendo in pratica in modo eroico quanto ci chiede il capitolo 21della Regola del Carmelo: vivere il silenzio teologale, evitare che, in quei momenti così drammatici, trionfino le parole vane e la mancanza di senso. Quel silenzio, come ricorda la Regola, citando Isaia, era il silenzio che favorisce la giustizia.

Come chiedeva Dietrich Bonhoeffer ai propri pastori durante la persecuzione nazista, il silenzio dei nostri fratelli faceva risuonare l’unica parola possibile, la parola di Dio, anch’Egli rimasto in silenzio dinanzi alla croce:

Tutto quello che riusciamo a dire riguardo alla nostra fede sembra allora senza senso e vuoto rispetto alla realtà che sperimentiamo, realtà dopo la quale crediamo in un mistero ineffabile [...]. In ciò vi può essere qualcosa di veramente autentico, purché una sola parola, il nome di Gesù Cristo, non venga meno in noi.

Un autore così controverso come Jean Paul Sartre, in un’opera giovanile assai poco conosciuta, essendo stata eliminata dal “canone ufficiale” dall’autore stesso, intitolata Bariona ou le Fils du tonnerre, parla di un silenzio che si eleva sino al cielo e che accarezza le stelle come un immenso albero con la cima cullata dal vento...Il silenzio dei nostri martiri è per noi ancora oggi una musica silenziosa e una solitudine sonora, per usare le celebri espressioni di Giovanni della Croce, e continua a commuoverci, animandoci, emozionandoci e invitandoci alla preghiera più profonda e sincera per tutte le vittime della storia. Quel silenzio era una vera professione di fede.

È noto che questa beatificazione ha avuto luogo precisamente al termine dell’anno della fede, convocatoda Papa Benedetto XVI sul finire del proprio pontificato. Nel Motu proprio con il quale annunciava tale evento, Porta fidei, il Papa ricordava lo stretto vincolo esistente tra il martirio e la fede:

Per fede i martiri donarono la propria vita, per testimoniare la verità del Vangelo che li aveva trasformati e resi capaci di giungere fino al dono più grande dell’amore con il perdono dei propri persecutori

Ancorato saldamente ad una fede ferma e per questo serena, tollerante, aperta, compassionevole..., il carmelitano del XXI secolo è invitato anche a imitare l’esempio dei nostri martiri, che, in momenti probabilmente più difficili di quelli in cui viviamo, furono capaci di guardare al di là delle circostanze e di contemplare, nel senso più nobile e bello della parola, i segni della presenza di Dio che mai ci abbandona.

2. Carità. Alla luce di quanto detto – ed è questa la seconda considerazione -, i martiri interpellano oggi anche noi, invitandoci ad essere testimoni e costruttori di riconciliazione. In un mondo segnato dalla violenza, dalle divisioni di ogni tipo (familiari, sociali, politiche, economiche, razziali...), il credente, colui che segue Gesù Cristo, il testimone della Sua Parola, non può non essere un uomo di riconciliazione e di perdono. Sarebbe un controsenso (e uno scandalo!) fare un uso di parte o tendenzioso di queste beatificazioni (tanto presumibilmente “a favore di” quanto “contro” le stesse): trasformare una beatificazione in un’ “arma” da scagliare contro coloro che pensano diversamente o contro determinate opinioni politiche sarebbe – oltre ad un qualcosa di anacronistico – una vera e propria perversione del senso ultimo di quanto stiamo celebrando. Se i martiri sono morti perdonando, noi dobbiamo vivere perdonandoe seminando riconciliazione. Non esiste altro cammino. Questo è il Vangelo per il quale i martiri hanno dato la vita. Non possiamo manipolare la loro testimonianza in senso contrario.

Persino all’interno della società spagnola, passato già tanto tempo da quegli eventi tristi e deplorevoli, esistono ferite non rimarginate, manicheismi, rancori alimentati deliberatamente ecc. Lo stesso potrebbe dirsi che avviene in altri paesi e in altre situazioni: la gravissima crisi economica che stiamo soffrendo in tutto il mondo accentua le divisioni e crea una grande tensione sociale. Speriamo davvero che questa beatificazione sia ricordata come un invito alla concordia, alla riconciliazione e allo sforzo comune, vale a dire alla costruzione di una società più giusta e più fraterna. E c’è di più: noi credenti, religiosi, carmelitani, non possiamo rimanere impassibili dinanzi alla situazione sociale che ci circonda e dobbiamo raddoppiare gli sforzi per aiutare i più bisognosi e per rimanere vicino a coloro che soffronodi più l’impatto di questa crisi. Papa Francesco ha insistito su questo punto con molta forza e costanza nell’arco del proprio pontificato, ragion per cui non possiamo rimanere chiusi dinanzi alla sua chiamata.

Alcuni tra i carmelitani assassinati, durante il periodo trascorso in carcere prima dell’esecuzione, aiutarono con parole di conforto chi si disperava e condivisero il poco che avevano con i prigionieri più bisognosi, specialmente quando si trattava di padri di famiglia. Che l’esempio dei martiri, capaci di testimoniare la carità in momenti drammatici (molto più drammatici di quelli che viviamo noi), ci ispiri a svolgere la stessa missione e che, dal cielo, essi intercedano perché il Carmelo spagnolo sia all’altezza della delicatissima circostanza attuale.

Il Cardinale Vidal i Barraquer, Arcivescovo di Tarragona all’epoca dei fatti e quindi testimone diretto degli stessi, chiedeva con insistenza al Signore, in un testo di grande bellezza, di concedere agli spagnoli un vero spirito di concordia e di riconciliazione. Anche noi oggi facciamo nostra quella bella preghiera:

Voglia il nostro Divin Redentore, per l’intercessione di tanti martiri e confessori nostri fratelli, concederci la grazia della riconciliazione più completa, perché, superando, in virtù del fuoco del vero amore cristiano e fraterno, lo spirito di odio, di vendetta e di discordia, tutti gli spagnoli siano capaci di consacrarsi, con un solo cuore e una sola anima, al grande lavoro di ricostruzione spirituale e materiale...

3. Speranza: Per concludere, è opportuno sottolineare che il martirio di quei fratelli deve divenire per noi segno di speranza. Umanamente parlando, la morte di quei cinquantasei carmelitani (includendo le tre monache di clausura, anch’esse assassinate) significò una vera tragedia per il Carmelo spagnolo, intento a risalire la china dopo i difficili anni della restaurazione. A poco a poco, erano stati restaurati gli antichi conventi, si erano creati conventi nuovi e si erano stabilite nuove presenze (parrocchie, collegi, opere sociali), al servizio della Chiesa locale e del Popolo di Dio. In pochi mesi, tutto crollò. Il panorama, tanto nazionale quanto internazionale, era desolante. In Spagna, dopo la guerra, molti conventi carmelitani si trovavano in una situazione penosa. Il lungo dopoguerra fu caratterizzato da una terribile carestia che devastò ancora di più un paese già distrutto dalla morte e dagli odi... Al tempo stesso, le province carmelitane centroeuropee stavano soffrendo le conseguenze di una guerra crudele che sarebbe durata più di cinque anni e che avrebbe coinvolto il mondo intero. In quel contestonon pochi furono i carmelitani che morirono testimoniando la propria fede: il martirio di due di loro, il beato Tito Brandsma e il beato Ilario Januszewski, è stato riconosciuto dalla Chiesa in modo solenne e ufficiale.

Non appena terminata la Seconda Guerra mondiale, Analecta Ordinis Carmelitarum, la rivista ufficiale dell’Ordine, pubblicò una lettera del Priore Generale, Padre Hilario María Doswald, O.Carm.scritta tempoprima, nel 1942, nel pieno del conflitto mondiale, negli Stati Uniti, ove egli si era rifugiato. In questa lettera, il Padre Doswald inviava un messaggio a tutto l’Ordine, con il significativo titolo di Incrementum, in cui segnalava che, nonostante la desolazione prodotta dal constatare in che stato fossero ridotte alcune Province(perdite umane, rovine, distruzione di case e opere ecc.), l’Ordine doveva affrontare con coraggio e determinazione il processo di ricostruzione, ragion per cui chiedeva a tutti i religiosi di lavorare senza sosta, con entusiasmo e generosità, per suscitare nuove vocazioni. Il Priore Generale citava un aneddoto relativo a Papa Benedetto XV, il quale, nel 1919, al termine del primo conflitto mondiale, aveva ricevuto in udienza i membri del Capitolo Generale dei Carmelitani, e li aveva sfidati con parole forti e chiare: IncrementumIncrementumIncrementum! Questa sfida è rimasta impressa in quello che oggi chiameremmo “l’inconscio collettivo” dell’Ordine e i carmelitani di quegli anni lavorarono senza tregua perché l’Ordine crescesse e, in tal modo, potesse servire meglio il Popolo di Dio.

Al di là dell’aneddoto, anche noi possiamo rimanere ammirati dinanzi al contrasto tra la desolazione allora ovunque regnante (specialmente in Spagna, ove cinquantasei dei nostri fratelli avevano perso la vita) e l’entusiasmo dell’Ordine, che affrontava il proprio futuro partendo non già da un disfattismo o da un pessimismo che sarebbero stati più che comprensibili, ma dalla fiducia nel Signore della Vita. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in pochi anni, l’Ordine sarebbe cresciuto abbondantemente (numerose vocazioni, nuove missioni, sviluppo intellettuale e spirituale ecc.). Ancora una volta, si compiva la sentenza di Tertullianosemen est sanguis christianorum (“il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”).

Alla luce di quanto detto, anch’io sono sicuro che la testimonianza di questi martiri, di questi fratelli nostri che persero la vita per testimoniare la propria fede, porti anche noi oggi, in circostanze assai diverse, ad essere testimoni vivi della fede, della carità e della speranza che essi manifestarono sino alla fine. Di fatto, nella maggior parte delle nostre istituzioni carmelitane si lavora senza tregua, con entusiasmo e creatività. Tuttavia, in altre occasioni, la nostra presenza in Europa sembra minacciata dal materialismo e dal relativismo imperanti, dalla mancanza di vocazioni, dalla difficoltà di comprendere la nostra identità, difficoltà che ci porta a cercare il senso della nostra consacrazione in altre spiritualità, dalla stanchezza e dal disfattismo di alcune Province ormai invecchiate, dalla mancanza di personale che limita la nostra attività e il nostro servizio alla Chiesa locale e da molti altri fattori. In questo contesto, la testimonianza di questi fratelli deve riempirci di speranzapoiché la nostra vita religiosa e carmelitana ha senso e valore. Vale la pena continuare a lavorare e seminare con generosità, con creatività, con la gioia di servire disinteressatamente gli uomini e le donne del nostro tempo!

Ancora una volta, mi rimetto alla testimonianza di Papa Francesco, il quale, con uno stile chiaro, diretto, personale, interroga noi religiosi sul nostro atteggiamento:

Domando, a me e a voi: nei monasteri è ancora accesa questa lampada? Nei monasteri, si aspetta il domani di Dio?

Il Carmelo e la vita consacrata in generale devono essere sempre un segno di speranza per gli uomini e le donne del nostro tempo. Il carmelitano, mediante la propria vita, nel mezzo delle fatiche e delle contraddizioni di ogni epoca, punta al futuro, alla Vita definitiva, al senso ultimo dell’esistenza. Quando tanti nostri fratelli cadono nella disperazione e nella sfiducia, quando è più facile lasciarsi trasportare da un’esistenza ripetitiva, limitata da orizzonti ristretti, dal piccolo piacere del quotidiano e dell’immediato, dal culto di sé e di una presunta autonomia, che a volte altro non è che una maschera dell’egoismo..., il carmelitano si mostra un uomo di speranza. Con grande umiltà, senza credersi migliore, considerando se stesso parte del mondo con il quale condivide le speranze, le gioie e le sofferenze, il carmelitano deve fare della propria vita una testimonianza continua di questa speranza che ci illumina e dà senso al nostro camminare. I martiri furono capaci di ciò in circostanze specialissime e drammatiche; noi, invece,dobbiamo esserne capaci lungo il cammino della nostra vita di ogni giorno, che pure esige fedeltà, coraggio e forza di credere e di sperare.

Quanto detto non ci allontana dalla realtà e non ci porta ad eludere gli interrogativi degli uomini e delle donne del nostro tempo. Quanto detto non ci porta nemmeno ad essere insensibile (anzi!) alle sofferenze e alla disperazione altrui. Non si tratta di una speranza che distrae né di una forma di evitare gli impegni terreni.

Alla luce di tutto ciò, è evidentemente contraddittorio e, in certo qual modo, costituisce una anti-testimonianza, il fatto che, a volte, noi – uomini e donne consacrati al Dio della Vita – ci lasciamo trasportare da idee disfattiste, apocalittiche, prive di qualunque speranza... che ci lasciamo contagiare dall’irritazione e dalla negatività della “cultura dello scarto”, come l’ha denominata Papa Francesco.

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Per riassumere, la beatificazione dei nostri fratelli costituisce per noi una chiamata alla perseveranza: perseveranza nella vocazione, perseveranza nella speranza, perseveranza nella gioia di seguire il Signore, se necessario fino al martirio. Oggigiorno, in modo esplicito o implicito, rifiutiamo gli impegni a lungo termine e cadiamo nella cultura della provvisorietà, della relatività, dell’instabilità. La testimonianza di credenti che, con le proprie debolezze e i propri limiti umani, si mettono in cammino e si impegnano a seguire il Maestro sino alla fine è senza dubbio una testimonianza che ci scuote e che ha il sapore della genuinità, dell’autenticità, del valore assoluto.

Benché non manchino circostanze in cui i nostri fratelli e le nostre sorelle carmelitane devono affrontare pericoli diversi, minacce o situazioni di estrema povertà, delle quali posso fare fede personalmente, possiamo dire, in termini generali, che siamo chiamati a offrire la nostra testimonianza in ambienti più tranquilli e meno violenti di quelli in cui vissero Alberto María Marco Alemán O. Carm., Carmelo Moyano O. Carm., Ángel María PratHostench O. Carm. e tutti i loro compagni martiri. Per questo, non dovremmo trascurare la chiamata al “martirio quotidiano”, all’offerta della nostra propria vita nella semplicità della quotidianità, del camminare giorno dopo giorno, del servizio fraterno e pastorale.

Proprio in questi anni in cui stiamo vivendo nel Carmelo una serie di celebrazioni importanti e, senza dubbio, assai significative (centenari, anniversari, unione di province ecc.), non dobbiamo perdere di vista il fatto che, nel fondo, è nella vita quotidiana che si gioca la salvezza, che si vive la vocazione, che diviene realtà quanto crediamo, quanto professiamo e predichiamo.

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Vorrei terminare questa lettera affidando all’intercessione dei nostri martiri i diversi progetti in cui l’Ordine si trova oggi impegnato e in special modo le nostre missioni. Come sapete, l’ultimo Capitolo Generale, tenutosi a Sassone (Roma) nel settembre del 2013, poco prima della beatificazione dei martiri, ha avuto come tema centrale quello della missione. L’Ordine è cresciuto notevolmente negli ultimi anni e attualmente ci troviamo in molti paesi in cui, fino a pochi anni fa, non sognavamo nemmeno che potesse esserci una presenza carmelitana. Ciò ha fatto sì che i provinciali, commissari e delegati, riuniti nella Congregazione Generale di Niagara Falls, nel settembre del 2011, chiedessero che il tema del Capitolo Generale fosse, appunto, quello della missione del Carmelo oggi.

A ciò si aggiunga il constante e forte invito rivolto da Papa Francesco a tutta la Chiesa perché diventi una “Chiesa in uscita costante”, una Chiesa missionaria, che si rivolge alle periferie geografiche ed esistenziali dell’umanità, per portare la buona novella della salvezza.

Il Carmelo non può rimanere insensibile dinanzi a questa chiamata. Certamente, la nostra implicazione nella missione della Chiesa deve riflettere il nostro carisma e la nostra identità. È quanto ci chiede la Chiesa stessa: essere carmelitani, vivere con autenticità e gioia il nostro carisma, donare il tesoro della nostra spiritualità alla Chiesa intera.

Orbene, i martiri vissero e si consacrarono a questa missione sino alle estreme conseguenze, con una fedeltà ammirevole ed esemplare. Che essi, i nuovi beati del Carmelo, ci aiutino dal cielo in questo difficile, ma affascinante compito, spingendoci a vivere il nostro carisma con fedeltà e creatività!

E che Maria, Madre e Sorella dei Carmelitani, ci indichi, quale Stella del Mare, il cammino da seguire!

 

Fernando Millán Romeral, O.Carm.

Priore Generale

Roma, 13 ottobre 2014

(Primo anniversario della beatificazione dei martiri)

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Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.