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Ilarione Januszewski

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Lettera di P. Joseph Chalmers 
Priore Generale dei Carmelitani 

Cari fratelli e care sorelle nel Carmelo:

Il Santo Padre, Giovanni Paolo II, durante il prossimo viaggio apostolico nella sua terra nativa, la Polonia, beatificherà 108 martiri, vittime della persecuzione nazista durante la seconda guerra mondiale. Tra di loro è incluso il nostro confratello, P. Ilarione Januszewski.

Dachau ed i carmelitani

Questo secolo XX che sta giungendo alla fine ci lascerà - insieme a grandi successi umani, scientifici, sociali e politici - una serie di nomi macabri: Auschwitz, Hiroshima, Verdun, Rwanda... in cui si concentra l'orrore, la barbarie ed il disprezzo per l'essere umano. Dachau è uno di questi nomi. Fu il primo campo di concentramento aperto dal nazional-socialismo nel marzo del 1933, nei terreni di una vecchia fabbrica di armi e praticamente l'ultimo ad essere liberato il 29 aprile del 1945. Il nome di questa nobile città barbara, vicina a Monaco, famosa per la sua scuola di pittura nel secolo XIX e per l'ospitalità della sua gente, veniva legata indissolubilmente al Lager.

Il 16 luglio 1942 ebbe luogo in questo campo una inconsueta e clandestina celebrazione della festività della Madonna del Carmine. Vari carmelitani, di diverse provenienze, che convivevano nel campo, nei baracconi destinati ai chierici, quella mattina all'alba, prima di partire per i duri lavori, si strinsero le mani per festeggiare, malgrado la drammatica situazione, la loro appartenenza e la loro figliazione, cioè: sub tutela matris.

Tra loro si trovava il P. Tito Brandsma, carmelitano olandese, giornalista, professore all'Università di Nimega (di cui fu Rector Magnificus), incarcerato per difendere i diritti della stampa cattolica di fronte alle forze di dominazione e per cercare di salvare un gruppo di bambini ebrei. Fu beatificato da Giovanni Paolo II nel novembre del 1985. Con lui il fratello Raffaele Tijhuis, che l'accompagnò durante gli ultimi giorni della sua vita e che fu il testimone principale di questi drammatici momenti1.

Si trovava anche il P. Albert Urbanski, carmelitano polacco che avrebbe scritto poi delle lettere indimenticabili alla Curia Carmelitana in Roma appena liberato il campo, in maggio del 1945, nelle quali descrive l'esperienza vissuta durante gli anni di privazione di libertà e dei diritti più basilari. In forma esemplare, non chiede favori ma si mette, dal primo momento, al servizio dell'Ordine2. Urbanski scrisse una delle prime testimonianze sul campo e sulla vita dei sacerdoti nel campo3. Alla fine della guerra svolse il suo ministero in vari posti di responsabilità: fu provinciale dal 1964 al 1967 e il primo presidente dello Studium Josephologiae Calissiae (dipendente dello Studium Mariologiae polacco)4.

Così pure in quel campo passarono altri carmelitani polacchi, alcuni dei quali sopravvissero all'inferno di Dachau, e ne uscirono quasi tutti fisicamente e psichicamente provati. Alcuni di loro, però, lasciarono lì la loro vita, come il P. Leon Michail Koza che morì alla vigilia del giorno dell'Ascensione nel 1942 a causa dello sfinimento per il durissimo lavoro nel campo5; il P. Szymon Buszta, morto poche settimane dopo il P. Koza, anch'egli esausto e sfinito fisicamente e psicologicamente6 ed il P. Bruno Makowski7. A costoro si dovrebbe aggiungere G. Kosalski, morto a Aushwitz in novembre del 1940, quando aspettavano di essere trasferiti a Dachau8.

Tra di loro si trovava anche il P. Ilarione Januszewski che sarà beatificato prossimamente da S.S. Giovanni Paolo II. È il secondo carmelitano del nostro secolo che sarà beatificato e questo suppone un motivo di giubilo profondo per tutta la grande famiglia carmelitana.

Il P. Ilarione Januszewski

Il P. Januszewski nacque l'11 Giugno 1907 a Krajenki. Il suo nome di battesimo fu Pawel e fu educato cristianamente dai suoi genitori Martin e Marianne. Dopo aver frequentato il collegio di Greblin (dove la sua famiglia risiedeva dal 1915), continuò i suoi studi nell'Istituto (Gimnasium) di Suchary che dovette abbandonare più tardi per problemi economici della sua famiglia. Dopo aver frequentato altri centri educativi, si trasferì a Cracovia, dove frequentò una serie di corsi (incluso per corrispondenza) e entrò nell'Ordine Carmelitano nel settembre del 1927.Fu allora che cambiò il suo nome in quello di Ilarione. Dopo il noviziato, professò i voti il 30 dicembre 1928 e si trasferì a Cracovia per frequentare gli studi sacerdotali. Alla fine degli studi fu inviato a Roma per approfondire la sua formazione teologica nel Collegio Internazionale Sant'Alberto, dove convivevano carmelitani di tutto il mondo che vedevano con preoccupazione come la situazione europea si stava complicando sempre più e raggiungendo quote insospettabili di tensione. Lì il giovane P. Ilarione si mostrò un uomo prudente e silenzioso, amante dello studio. In lui si intuiva una profonda vita interiore ed una sensibilità spirituale abbastanza ricca, come indicheranno più tardi alcuni dei suoi compagni, tra cui quello che diventerà Priore Generale P. Kilian Healy9. Fu ordinato il 15 luglio 1934. A Roma poté conoscere una generazione di carmelitani che marcarono la storia dell'ordine in questo secolo: B. Xiberta, J. de la Cruz Brenminger, E. Esteve, A. Grammatico, E. Driessen...

Appena ritornato in Polonia fu nominato professore di Teologia Dogmatica e della Storia della Chiesa nell'istituto della provincia polacca a Cracovia. Nel 1939 fu nominato priore di quella comunità dal provinciale P. Heliseo Sánchez Paredes, uno dei carmelitani spagnoli che erano stati inviati in Polonia per aiutare a restaurare questa provincia.

Però la II Guerra Mondiale interruppe tutte le illusioni ed i progetti del giovane priore. Il giorno 1 settembre 1939, dopo vari mesi di tensione internazionale, la Germania dichiara la guerra alla Polonia. Era l'inizio del mese più terribile nella storia recente della Polonia. Venti giorni più tardi le truppe sovietiche iniziano l'attacco dall'Est. Il debole esercito polacco si arrende su entrambi i fronti alla fine di quello stesso mese. La Polonia risultava umiliata e divisa ancora una volta. Deportazioni in massa, distruzione, annichilazione di comunità ebree. Il clero polacco non sfuggì a questa persecuzione. Un anno dopo l'invasione il potere invasore decretò l'arresto di numerosi religiosi e sacerdoti. Il Carmelo di Cracovia fu particolarmente castigato: il 18 Settembre venivano arrestati A. Urbansmi, A. Wszelaki, M. Nowakowski, P. Majcher. Presto li seguirà il Priore della comunità H. Januszewski che si offrì in cambio del P. Konoba, più anziano e ammalato. Era la prima volta che il P. Januszewski che si offriva eroicamente senza considerare le conseguenze della sua azione, mosso unicamente dalla sua coscienza e dai suoi valori cristiani e religiosi, per quello che considerava il suo obbligo come superiore di una comunità carmelitana. E le conseguenze furono gravi: fu arrestato e dopo essere passato attraverso la prigione di Montelupi a Cracovia e attraverso vari campi, finì recluso nel Lager di Dachau.

Con il duro inverno del 1945 cominciarono a giungere le notizie della debolezza dell'esercito tedesco, di una possibile ritirata e di una possibile liberazione. La vita nel campo era diventata insopportabile. Alle condizioni normali bisognava aggiungere le continue minacce di bombardamenti, le riduzioni nell'alimentazione, il nervosismo dei Kapos che intensificavano le bastonate ed i metodi repressivi, ecc.

Il baraccone 25 era utilizzato per raggruppare in forma inumana tutti gli ammalati di tifo del campo che erano sempre più numerosi. Le autorità del campo offrirono ai sacerdoti polacchi la possibilità di mettere in pratica le loro teorie sulla carità cristiana e di occuparsi degli ammalati di tifo. La liberazione era già imminente ed il rischio di morte nel maledetto baraccone 25 era molto alto. Tuttavia quel silenzioso carmelitano non esitò ad offrirsi come uno dei primi volontari.

La testimonianza delle parole rivolte al suo amico il P. Bernard Czaplinski (che più tardi diventerà Vescovo di Chelm), poco prima di avviarsi verso quel baraccone, risulta ancora oggi impressionante: Tu sai che non uscirò vivo da lì…..10

Effettivamente, il P. Januszewski non uscirà più vivo da Dachau. Dopo 21 giorni di servizio esemplare agli ammalati, muore contagiato di tifo. Il baraccone 25 si era convertito in un macabro feretro, in cui gli americani, che libereranno il Lager pochi giorni più tardi, troveranno centinaie di cadaveri ammucchiati.

La sua testimonianza per noi oggi

La beatificazione del P Januszewski è un motivo di allegria per tutti i carmelitani. Un nostro fratello è stato considerato dalla Chiesa come intercessore e come esempio, come una testimonianza valida per la chiesa universale. Per questo noi carmelitani dobbiamo non solamente sentire questo giubilo e festeggiarlo in vari modi, ma dobbiamo anche riflettere ed approfondire la testimonianza del P. Januszewski per trovare nel suo esempio chiavi per la nostra vita di oggi.

  • In primo luogo nella biografia del P. Januszewski troviamo un buon esempio di una vita silenziosa, modesta, fondata sull'orazione profonda e nel servizio agli altri. Coloro che lo conobbero insistono nel fatto che fu una persona che si distingueva per la sua semplicità. Se non fosse stato per la sua morte eroica, probabilmente la sua figura sarebbe stata destinata all'oblio, dato che non si distinse in cose straordinarie11. Però questa forza che scaturisce dalla vita d'orazione, dall'esercizio della presenza del Signore - così proprio e genuina della spiritualità carmelitana - fa sì che con la stessa semplicità con cui visse un'esistenza silenziosa e laboriosa, si dedicherà agli altri in una situazione drammatica. Colui che si è formato nella dedicazione quotidiana, offre generosamente la sua vita nelle circostanze speciali dell'arresto e del campo. Possiamo dire che seppe vivere la sua vocazione con radicalità nelle cose più semplici e per questo seppe viverla anche con la stessa radicalità in cose veramente straordinarie. Seppe essere fedele nel poco e per questo potè essere fedele nel molto (Lc 16,10).

Il P.A. Urbanski, fratello di provincia e compagno di destino, in lettere molto belle inviate alla Curia Carmelitana di Roma dallo stesso campo, quando si trovava nel periodo di quarantena imposto dopo la dichiarazione, interpreta così la sua morte:

Proh dolor R.P. Hilarius januszewski, die 26.3.45, uno Mense ante liberatione, tanquan victima zelus sacerdotalis erga infectuose infirmos, mortus est.12

  • La fine di questo secolo ci ha resi consapevoli dell'orrore di certi suoi avvenimenti. L'esperienza dei campi di concentramento in cui perdette la vita il P. Januszewski ci appare particolarmente crudele e inumana. Tuttavia, anche ai nostri giorni si ripetono situazioni in certo modo simili: odi razziali, povertà e fame, guerre di ogni tipo, massacri, nazionalismi esacerbati e violenti... La testimonianza del P. Januszewski invita i carmelitani del secolo XXI a optare radicalmente per la vita, minacciata oggi in tanti modi. Lui lo seppe fare nella forma più sublime, dedicando la sua vita agli altri13.

L'esempio di P. Januszewski ci ricorda che il carmelitano è chiamato ad essere testimone della vita in una "cultura della morte" che si esprime in vari modi e forme e non solamente in quelle zone del mondo in cui quella "cultura della morte" è più evidente ma anche in altre in cui la sua presenza è più sottile. Più ancora, di fronte alla tentazione di valutare la persona solo per quello ch’è capace di produrre (e di eliminare quelli che non sono più utili e diventano incomodi), il P. Januszewski opta per i moribondi, per gli inutili, per coloro che apparentemente non hanno più nulla da offrire. Attesta così il valore sacro della vita umana in sé. Questa testimonianza in P. Januszewski raggiunge il suo senso più radicale, cioè: il sacrificio della propria vita.

  • La figura del P. Januszewski ci offre un esempio particolarmente interessante per quanto riguarda la nostra sensibilità al carisma carmelitano oggi. Il P. Januszewski, uomo di silenzio e d’orazione, abituato "a trattare con Dio", uomo contemplativo - come buon carmelitano - non ha difficoltà a ritrovare il volto di Cristo nel più debole, nel più bisognoso, in colui che soffre. Nella situazione drammatica di Dachau, gli ammalati di tifo, gli agonizzanti, sono i più poveri dei poveri e per loro P. Januszewski vendette, generosamente, insieme ad altri sacerdoti volontari, la propria vita.

La vita d'orazione intensa ci rende più umani e più solidali, ci da l'intuito e la sensibilità necessari per scoprire la presenza misteriosa del Signore nei più deboli, in mezzo alle tensioni e alle contraddizioni dell'esistenza. Come Giovanni nella barca sul lago di Galilea tra le tenebre della notte che se ne va e la luce dell'alba, il carmelitano è chiamato a proclamare umilmente, però fermamente: "È il Signore" (Jn 21,7)

  • Infine, la testimonianza del nuovo beato deve essere uno sprone per tutti i carmelitani del mondo per quanto riguarda la dimensione internazionale del nostro Ordine. Non dobbiamo dimenticare che la maggior parte degli ammalati ai quali si dedicò il P. Januszewski erano di nazionalità russa (e pertanto di un paese nemico della Polonia). Però questo non influì sulla sua decisione. Superando le barriere nazionali il P. Januszewski ci offre una vera testimonianza di fraternità universale, di riconciliazione tra paesi nemici e di pace.

Il beato Tito Brandsma, tre anni prima, terminava uno scritto, che gli era stato chiesto nel suo interrogatorio sull'opposizione dei cattolici olandesi al nazional-socialismo, con le seguenti parole: "Dio salvi l’Olanda! Dio salvi la Germania! Che possa Dio concedere a questi due popoli di ritornare a camminare in pace ed in libertà e di riconoscere la sua Gloria"

Che l'esempio e l'intercessione di questi due Beati carmelitani ci aiutino ad entrare nel secolo XXI con un vero desiderio di servizio, di pace e di giustizia che nascano dall'incontro autentico ed intenso con il Signore Risorto. 

Roma, 19 marzo 1999

Solennità di San Giuseppe
in occasione della beatificazione 
di P. Ilarione Januszewski, O.Carm.

P. Joseph Chalmers, O.Carm. 
Priore Generale 


 

Note

R. TIJHUIS, Met Pater Titus Bransma in Dachau: Carmelrozen 31-32 (1945/46) 18-21, 53-58, 80-85. Si può consultare la traduzione inglese in: Dachau Eye-witness, in: AA.VV. Essays on Titus Bransma [R. Valabek, ed.] (Roma 1985) 58-67. 
F. MILLÁN ROMERAL, Carmelitani in Dachau: le lettere del P.A. Urbanski, dal lager, nel 50 anniversario della liberazione: Carmelus 42 (1995) 22-43. 
A. URBANSKI, Duchowni W Dachau (Krakow 1945). 
Cf. JUAN BOSCO DE JESÚS, Due figure della devozione a Giuseppe in Polonia recentemente sparite: PP. Alberto Urbanski O.Carm. (1911-1985) e Estanislao Rumiski (1929-1984): Studi Giuseppiniani 40 (1986) 91-98. 
Cf. Necrologia: Analecta O.Carm. 11 (1940-1942) 219; A. URBANSKI, Duchoewni W Dachau, 61-66. 
Cf. Necrologia: Analecta O.Carm. 12 (1943-1945) 230; A. URBANSKI, Duchowni W Dachau, 65-66. 
Cf. Necrologia: Analecta O.Carm. 12 (1942-1945) 230; A. URBANSKI, Dochowni w Dachau, 61-66. 
Possono vedersi fotografie nello stupendo album fotografico pubblicato recentemente dalla Provincia Carmelitana di Polonia: R. RÓG, Duch, Historia, Kultura (Krakow 1997) 68-69. 
K. HEALY, Prophet of fire (Rome 1990) 181-184 (esistono edizioni italiana e spagnola). 
10 Nello stesso senso vedere la testimonianza di: F. KORSZYNSKI, un vescovo polacco a Dachau (Brescia 1963) 125. Si tratta della traduzione italiana (prorogata dall'allora Cardinale Montini) di Jasne promienie w Dachau (Ponza 1957). 
11 Cf. K. HEALY, Prophet of Fire (Roma 1990) 181-184. 
12 F. MILLÁN ROMERAL, Carmelitani a Dachau: le lettere del P. A. Urbanski dal lager, nel 50 anniversario della liberazione: Carmelus 42 (1995) 37. In un'altra lettera, scritta in tedesco, insiste in esso: "Als Opfer zelus sacerdotalis ist er gestorben" (ibid. 42). 
13 Cf. R. VALABEK, Greater Love than This... Father Hilary Januszewski, O.Carm: Carmel in the World 30 (1991) 209-216. 

Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.


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