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La misericordia come tenerezza

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La misericordia come tenerezza
Dono - dignità nell’incontro personale

Chi è l’altro? Dalla risposta a questa domanda dipende la mia vita relazionata all’altro. E’ egli l’intruso, un concorrente che bisogna evitare, un servo che bisogna saper addomesticare ai miei fini, un oggetto da disporre a piacimento e sul quale esercitare il mio dominio?» (L. RABERI)

Chi è l’altro nell’attuale contesto storico, nelle problematiche che sconvolgono l’abituale trascorrere dei giorni, delle relazioni , in un incontro/ scontro di culture, etnie, religioni differenti. La preoccupazione principale delle nazioni, come dei singoli cittadini, sembra essere di tenere a distanza, di impedire all’altro, diverso, estraneo, straniero, di inquinare l’identità collettiva, di attraversare i nostri territori o peggio cercarvi una possibilità di sussistenza resa impossibile nel proprio paese. L’altro è principalmente il forestiero, l’estraneo, se non addirittura e sempre il nemico, persino, a volte, quando si tratta del vicino di casa, il prossimo. La consapevolezza dell’umano che condivido con il povero, il senza tetto non deve risvegliare in me almeno compassione? Le loro privazioni, i rifiuti, l’abbandono, il disinteresse, li patisco, li soffio come umiliazione e disprezzo dell’umano che condivido con ciascuno di essi?

L’impegno primario richiesto da Dio ad Israele: «Ascolta Israele» (Dt 6,4), invita a rompere il “solipsismo”, l’isolamento narcisistico e accogliere l’Altro e l’altro. «Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore» (I Gv 4,16) In questo amore è il segreto della felicità. Questo amore è per ogni uomo e costituisce la radice profonda della condivisione dell’umano. L’amore, tenerezza, misericordia di Dio si esprime in tutte le sfumature dell’amore, paterno e materno. «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,13; cfr 40,1).

L’Antico Testamento esprime con un vocabolo (Rahamln ), che fa riferimento al grembo materno, al profondo legame vissuto dalla madre con il bambino portato nel grembo. H pio Israelita riconosce a Dio questi atteggiamenti paterni-materni, nella lode al Dio Onnipotente: «Pietoso e tenero è Jahweh verso tutti, lento all’ira e grande nella fedeltà. Buono è il Signore verso tutti la sua tenerezza si espande su tutte le sue creature» (Salmo 145, 8-9; Es 34,6 ). E’ la «carta d’identità» di Dio. La sua onnipotenza non è distanza, isolazionismo: «La bontà del re supremo si china sulla creatura raggiungendola nelle sue sofferenze, nelle sue battaglie e nella sua fame... il salmo è un canto all’umanità di Dio, che raggiungerà il suo apice nelTIncamazione del Figlio» ( Ravasi). «La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza. «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16), afferma l’evangelista Giovanni. Questo amore è ormai reso visibile e tangibile in tutta la vita di Gesù... I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione.» (Papa Francesco, Misericordiae Vultus) Per essere “figli del Padre” occorre portarne i lineamenti, condividerne i valori e i sentimenti, come Gesù. La comunità cristiana ha la missione di rendere presente e testimoniare la misericordia, la tenerezza, la compassione di Dio e la prassi terrena del suo Figlio Gesù. E’ la via stessa della gioia cristiana che nasce dalla comunione con Dio e con gli altri. «Beati i misericordiosi».

«Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi.» (I Gv 4,16) Dimorare in questo amore è il segreto della felicità. Il volto umano che ti viene incontro ancora prima di rivolgerti la parola esprime già una richiesta o una serie di attenzioni. Guardarlo ti chiama a prenderti cura di lui, ti invita a un esodo da te stesso. I Vangeli ci parlano dello sguardo di Gesù: mai ritrae lo sguardo dalle necessità di coloro che trova nel suo cammino. Il suo sguardo è sempre dono di dignità e rispetto. Il giovane che lo interroga sulle esigenze del Regno di Dio, l’adultera minacciata di lapidazione, la pubblica peccatrice che bacia i suoi piedi con le lacrime: lo sguardo di Gesù ridona a tutti dignità e fiducia. «L’altro non solo mi guarda, ma mi ri-guarda». Nel prossimo è Dio stesso che mi parla, mi viene incontro. Se permetto all’altro di toccare la mia vita apro in realtà il cuore anche a Dio che dona pienezza di senso alla mia esistenza. Abbiamo paura di accogliere. E’ naturale. Ma la nostra paura può essere sconfitta dalla pace che il Risorto porta ai discepoli smarriti, e tentati di chiudersi, dopo la passione. Del resto tutti siamo «stranieri e pellegrini» in cerca della città stabile, (cfr Eb 11,13; 1 Pt 2,11) Possiamo coltivare il desiderio e l’impegno per un mondo in cui ciascuno si senta «cittadino e non irregolare, clandestino, quasi fosse una colpa, un reato, cercare libertà, lavoro, serenità, o anche semplicemente nuovi orizzonti»? Il tuo sguardo rivolto all’altro porti la nota dello sguardo di Gesù, il Signore.

da Madonna del Carmine, 2016

Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.


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