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Riflessioni sul tema del Capitolo Generale 2019

Haec Via sancta est et bona

“Haec Via sancta est et bona”

Riflessioni sul tema del Capitolo Generale 2019

 

Anastasia di Gerusalemme

Carmelitane Ravenna

 

Il Capitolo Generale di quest’anno 2019 invita tutti i membri della nostra Famiglia Carmelitana a soffermarsi in una riflessione dinamica molto profonda, coinvolgente e vivace, in stretto dialogo con la vita concreta di ciascuno. Attraverso il tema scelto per la sua celebrazione, il Capitolo Generale diventa davvero uno strumento eletto di ascolto e di confronto, di verifica e di nuova decisione: “Voi siete miei testimoni (Is 43,10): Da una generazione all’altra chiamati a essere fedeli al nostro carisma carmelitano”, sono parole vive, che chiedono a ognuno di noi di entrare in un dialogo attento e franco con esse e con i temi che da esse emergono, in particolare seguendo le tre linee che la commissione preparatoria ha voluto consegnare alla nostra attenzione e considerazione, cioè: la tradizione, la testimonianza e la sfida.

Sollecitata dalle parole ispirate del tema del Capitolo Generale, ho voluto ascoltarle e meditarle nel mio cuore alla luce della Regola Carmelitana, cercando di mettere in dialogo i temi proposti con il testo di Alberto, i suoi simboli, le sue presenze, i suoi canali aperti alle realtà della nostra vita di oggi.

 

Tradizione: il desiderio di una bellezza altra

Affacciandoci con cuore attento e amoroso sul testo della nostra Vitae Formula, ci troviamo ben presto di fronte al movimento umile e accogliente della traditio, ossia della consegna di qualcosa di prezioso, di vitale. La tradizione, infatti, non è un insieme di principi da imparare a memoria e ripetere nel corso degli anni, o un sistema di pensiero da acquisire malgrado tutto, ma è piuttosto il movimento vitale di una consegna attenta e consapevole di un tesoro prezioso, potremmo dire dello stesso respiro di vita, della sostanza grazie alla quale ci si sente vivi e a nostra volta donatori di vita.

E’ questo ciò che vediamo realizzato sulle righe umili e forti della nostra Vitae Formula, là dove Alberto scrive così ai suoi figli, eremiti del Monte Carmelo: “quia requiritis a nobis ut tradamus vobis vitae formulam” (R 3). Il verbo tradere, che qui incontriamo risplendente tra il verbo altrettanto bello e luminoso requiro e il sostantivo, a noi tanto caro, vitae formula, ci aiuta ad entrare in contatto con la realtà vitale, esistenziale della traditio, la tradizione, la consegna.

Il nostro testo ci fa comprendere, così, che la tradizione nasce da una richiesta, da un desiderio e nasce da una relazione di vicinanza molto forte, quella che intercorre tra il padre e i suoi figli, in questo caso il Patriarca Alberto e i suoi diletti figli eremiti.

Inoltre scopriamo che l’oggetto di questa traditio-consegna è una Formula, una piccola forma, immagine; un piccolo progetto o disegno, secondo i significati del termine, che possiamo cogliere attraverso le sfumature della lingua latina. Insomma, possiamo ben dire, senza paura di andare fuori strada, che Alberto sta consegnando una bellezza, facendola passare dalle sue mani, dalla sua interiorità, a quella dei figli eremiti. Formula: le forme, le sfumature preziose e belle della vita, dice lui in apertura della Regola. Concetto e immagine ulteriormente arricchiti in chiusura del testo, dove, invece, usa l’espressione, ancora più affascinante, di conversationis formula (R 24), ossia la bellezza, questa volta della conversazione, della relazione, del dialogo, del comportamento.

Tutto questo ci mette davanti davvero una realtà vivente, che respira, che ha un cuore che batte, che desidera, che cerca, che chiede, che entra in relazione; vita verso vita consegna Alberto, vita per la vita! E noi siamo tanto fortunati, tanto graziati da essere stati chiamati a partecipare di questo movimento, di questo incontro.

E non si tratta di un movimento incontro chiuso in se stesso, che si esaurisce in due semplici passaggi, subito conclusi. Il testo della nostra Regola ci fa intravvedere una vera e propria catena di tradizione, il cui anello centrale è sì Alberto nel suo rapporto di paternità verso i figli eremiti, verso ognuno di noi, ma che si sviluppa a ritroso e in avanti, in un movimento di vita che parte da lontano e che si protende verso l’oggi e verso il futuro. A ritroso, ecco la Chiesa, la nostra amatissima Madre Hierosolymitana Ecclesia (R 1), che immediatamente appare, umile e bella come una Sposa alle nozze, dalla penna di Alberto e ancora indietro, ecco i Sancti patres (R 11), che hanno stabilito e consegnato le modalità della preghiera liturgica. Ma, spingendoci ancora più indietro, non possiamo non imbatterci nella figura fontale, nel principio vitale per noi Carmelitani, che è il nostro profeta Elia, rappresentato, in questo caso, dalla Fons e dal Mons (iuxta Fontem in Monte Carmeli), luoghi simbolo, dei quali anche noi, come i primi eremiti, abbiamo subìto l’irresistibile fascino (R 1).

Dunque, questa è la corsa della traditio di vita che ci è venuta incontro da molto lontano, senza stancarsi, senza esaurirsi: Alberto, la Chiesa di Gerusalemme, i santi padri, il nostro profeta Elia.

Una corsa tanto piena di vitalità, che, appunto, non riesce a fermarsi e che va avanti, di tappa in tappa, di generazione in generazione. Da Alberto agli eremiti e, tra loro, in particolare, al priore B. (R 1) e poi a colui che dopo di lui sarebbe stato eletto (R 22). Ma non solo! Infatti già nel testo della Vitae Formula compaiono gli anelli successivi della nostra catena di grazia, di dono irrevocabile, costituiti da tutti coloro che, fin da quei primi momenti, si sarebbero avvicinati al luogo, all’esperienza del gruppo originario dei Carmelitani. Alberto li descrive col termine meraviglioso di venienti ad locum (R 9). Fratelli e sorelle in movimento, in cammino, in ricerca; spinti dal cuore a mettersi in viaggio, uscendo da casa, per raggiungere quel luogo preciso, tanto prezioso, tanto bello, che è il Monte Carmelo, dove dimorano i Carmelitani, eremiti fratelli.

Che cosa si potrebbe mai offrire, mai consegnare, a questi venienti, se non la bellezza della nostra Vitae Formula, o conversationis Formula? Che cosa altro mai essi possono aspettarsi da noi?

Dobbiamo dunque ringraziare la commissione preparatoria al Capitolo, che ci aiuta ad aprirci a questa bellezza tanto luminosa, nascosta dentro il percorso della tradizione carmelitana, passaggio di vita che ancora vuole entrare in dialogo e in contatto con ognuno di noi. E aprendoci così, vogliamo augurarci di scoprire che, per grazia di Dio, dentro di noi è ancora vivo, ancora ardente il desiderio di una Bellezza altra, la Bellezza nascosta dell’esistenza, che sempre va cercata, va richiesta, va mendicata presso Colui che della Bellezza è l’origine, la fonte inesauribile. Questo desiderio possa ancora passare da noi ai nostri fratelli e sorelle che incontriamo nel cammino, come la più preziosa, la più vera delle tradizioni, delle consegne!

 

Testimonianza: lo sguardo oltre la porta

Molto vicino al tema della tradizione è il tema della testimonianza; essi si completano a vicenda, danno senso e si richiamano l’un l’altro.

Lo slogan che accompagna il Capitolo Generale 2019 è costruito attorno a una citazione biblica del profeta Isaia, che mette sulla bocca di Dio, rivolto al suo popolo, queste parole: “Voi siete miei testimoni” (Is 43, 10). Sappiamo bene che in senso biblico il testimone è colui che dichiara ciò che ha visto e udito; egli ha conoscenza di prima mano, diretta, di un evento e perciò può testimoniare.

Il testimone, ‘ed in ebraico, è dunque colui che vede, vede in modo diretto, ravvicinato, chiaro, attento; vede con i suoi stessi occhi e ascolta, ode, raccoglie le parole di un racconto. ‘ed viene dalla radice verbale ‘ud, che significa ripetere, ritornare sulle stesse cose, andare attorno; è il movimento insistente di chi è sicuro di ciò che fa, di ciò che attesta. E’ molto interessante soffermarci su un particolare che ci viene trasmesso dalla sapienza mistica ebraica, che legge la Torah; infatti i maestri sottolineano che la parola ‘ed, testimone, emerge in maniera fortissima da uno dei passi più cari a Israele e agli amanti delle Divine Scritture, a qualsiasi popolo appartengano e cioè il cosiddetto Shema’, Deuteronomio 6, 4 ss. Succede che i più antichi manoscritti della Torah presentano questo versetto con due lettere scritte con carattere più grande e queste due lettere sono proprio la ‘ayin, lettera finale della prima parola: Shema’ Israel e la dalet, lettera finale dell’ultima parola del versetto, cioè echàd, uno. ‘Ayin e dalet unite insieme formano, appunto, la parola ‘ed, testimone.

Il testimone è chiamato a dare l’unica vera testimonianza necessaria ed essenziale, quella dell’unicità di Dio, quella della fede in un unico e solo Dio, il Dio di Israele.

E quanto vediamo presente, qui, in questa missione, il nostro profeta Elia! E’ lui il testimone per eccellenza!

Lui, che veramente ha occhi e orecchi adatti e abituati all’incontro, alla relazione con Dio, l’unico Signore!

Sì, perché le due lettere che compongono la parola testimone, la ‘ayin e la dalet, portano in sé proprio la grazia dello sguardo, dell’occhio e dell’ascolto, della parola. ‘Ayin significa precisamente occhio e dalet è la porta aperta della parola, davàr.

Testimonianza è, allora, saper vedere, saper guardare con occhio penetrante, contemplativo, oltre la porta, fuori dalla porta. E’ quello che annuncia Giovanni, nella sua prima lettera, quando scrive: “Ciò che abbiamo visto e udito (ovvero ciò di cui noi siamo testimoni), noi lo annunciamo anche a voi” (1 Gv 1, 3).

Ma si tratta di un annuncio in movimento, un annuncio che corre con la vita. Non sono parole vuote, solamente ripetute; sono sguardi, ascolti, profondissimi, che si trasformano in azioni.

Lo vediamo benissimo anche nel testo della nostra Vitae Formula, almeno in due passaggi bellissimi, che non possono che riempirci di meraviglia. Andiamo, ora, a recuperarli, per vedere e comprendere che cosa è veramente la testimonianza nello spirito del Carmelo.

Nel momento in cui qualcuno viene al luogo di vita dei fratelli del Carmelo, si avvicina all’ingresso, introitum, e chiede di entrare, il priore è chiamato a uscire dalla sua cella, dal suo spazio personale e privato, per correre verso la persona che arriva; occurrat, scrive Alberto (R 9). E’ la corsa, il movimento vivo per l’incontro, per l’accoglienza, per la testimonianza, appunto. Ed è da questo primo movimento, da questa uscita - verso che, poi, tutto il resto, procede, si sviluppa, si concretizza.

E così, allo stesso modo, anche a chiusura del testo della Vitae Formula, incontriamo, sotto il velo delle parole di Alberto, questa stessa dinamica di grazia, di accoglienza, che diventa testimonianza. Se c’è un di più, una supererogatio, un dono di sovrabbondanza, nella vita del fratello del Carmelo, è proprio in questo stesso movimento di uscita - verso, di incontro autentico con l’altro, il fratello o la sorella che chiede, che mendica vita. Nell’immagine del Signore che torna (R 24), Alberto condensa e ripresenta, con finissima sapienza, la parabola evangelica del buon samaritano, che, visto il fratello ferito lungo la strada, gli si fa incontro, lo accoglie, o meglio, lo raccoglie e lo porta con sé alla locanda, nella quale ci si possa prendere cura di lui. La locanda dell’amore accogliente e misericordioso, dove viene offerto il di più.

Questo tipo di testimonianza viene proposta al Carmelo come stile di vita, come impegno di cammino, di crescita fino all’uomo maturo in Cristo.

Noi, figli e figlie del Carmelo, siamo sì uomini e donne di stabilità, chiamati a rimanere, ad abitare in maniera consapevole il locum del nostro esistere, ma siamo, allo stesso tempo, fortemente chiamati al movimento, all’uscita, alla frequentazione abituale e familiare della strada, del cammino. Perché è qui che possiamo incontrare il fratello e la sorella, possiamo entrare in contatto e relazione, possiamo davvero testimoniare quella Bellezza, che a noi è stato dato di vedere e udire.

 

Sfida: il cammino dell’incontro

E proprio qui sta anche la nostra sfida più vera, più bruciante, più insistente. Possiamo chiaramente coglierla rileggendo con attenzione l’ultima parte della Vitae Formula, dal paragrafo 18 in avanti, dove Alberto ci offre una bella rilettura dell’esperienza di vita, del cammino del cristiano sulla terra.

C’è una lotta, una fatica che precede tutte le altre, sembra volerci dire Alberto; c’è una sfida che anticipa qualsiasi altra possibile sfida che eventualmente ci possa capitare di dover affrontare lungo il corso della nostra vita e questa sfida prima, originaria, è la vita stessa! Alberto richiama un passo del libro di Giobbe e ci ricorda che la vita dell’uomo sulla terra è una temptatio, ovvero una prova, una verifica in profondità (R 18). Sì, la vita della persona umana, già così com’è, costituisce per ciascuno la grande sfida da affrontare, giorno dopo giorno. In più, dentro questo quadro, appare subito l’avversario, il diavolo che divora, l’inimicus, che getta insidie. Siamo sempre al paragrafo 18 della Vitae Formula, un condensato di consapevolezza, di estrema e chiarissima concretezza. 

Non serve molto concentrarsi subito sulle sfide che vengono dall’esterno, dalle situazioni mutevoli delle epoche, delle condizioni sociali, che vengono sempre dopo queste sfide originarie, essenziali, che spingono da dentro, dalla profondità del nostro essere.

E’ vero, Alberto non risparmia di ricordarci che esistono anche le persecuzioni per chi vuole vivere piamente in Cristo, ma queste vengono sempre dopo, come aggiunta, come necessario completamento per la pienezza della fede e della nostra relazione con Cristo, scelto e amato, come Signore e Maestro.

Davanti a tutto questo il nostro padre ci offre una possibile indicazione di cammino, o se vogliamo, di combattimento, che è il rivestirci dell’armatura di Dio. Una serie di immagini di carattere bellico, che si susseguono nel richiamare il testo di Efesini 6, ci confermano, comunque sia, che occorre scendere in campo per la battaglia, per la conquista della nostra stessa esistenza.

In particolare l’attenzione di Alberto si concentra sul tema della presenza. Bisogna che siamo abitati! “Il Verbo di Dio abiti abbondantemente in voi!” (R 19).

Presenza da custodire, da frequentare, da amare, da ritenere come la cosa più cara, più preziosa che possiamo avere, vivente nell’anima nostra e in tutta la nostra vita. E di nuovo si delinea il carattere della sfida, della lotta: il diavolo non deve poter trovare un intrandi aditum alle anime nostre (R 20), ma deve trovarci sempre occupati. Sì, abitati prima, riempiti prima. Non ci sia ozio, dice Alberto, ma piuttosto opera, lavoro. Ripete per 6 volte di seguito, Alberto, il termine opus, il verbo operare (R 20 e 21).

Ma di quale opera, di quale lavoro si tratta? E’ appunto questa la risposta che il Carmelitano è chiamato a dare alle sfide della vita, del mondo, delle situazioni: potremmo chiamarlo l’Opus Dei del Carmelo e potremmo disegnarlo come una via, una strada aperta da percorrere, passo dopo passo. Haec via sancta est et bona!, scrive Alberto; e poi aggiunge: Ambulate in ea! (R 20).

Dobbiamo essere dei camminatori, degli ambulanti, noi, figli e figlie del Carmelo! Non possiamo stare al chiuso, fermi là dove ci troviamo oggi. Dobbiamo correre verso, correre incontro, correre prima!

Per noi la sfida è anche l’attesa; l’attesa del Signore che ritorna! Alberto così ci presenta Gesù e ce lo consegna, ce lo dona come dote, come tesoro e ce lo annuncia con queste parole cariche e sfolgoranti di speranza. “Ipse Dominus, cum redierit, reddet ei” (R 24).

Certo, il Signore torna! Lui, il primo viandante, il primo camminatore, desidera che anche noi siamo in viaggio con Lui, continuamente desti lungo la Via santa e buona, che da Gerusalemme scende a Gerico, la via della nostra vita comune, quotidiana e senza pretese; perché è qui che avviene l’incontro vero, è qui che si celebrano le vere nozze di umanità, di maturità: l’abbraccio del fratello, della sorella, come noi ferito e bisognoso, come noi cercatore del volto di Dio.

La sfida è avere il coraggio di uscire e metterci in viaggio così, per strada. Lì incontreremo il Signore e ci sentiremo raccolti, da Lui accompagnati alla locanda del Padre suo, dove potremo trovare riposo, misericordia abbondante. Lì ci sentiremo conosciuti, amati per sempre.