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"La Lectio Divina è una fonte genuina della spiritualità cristiana, e ad essa ci invita la nostra Regola. La pratichiamo, quindi, ogni giorno, per acquistarne un soave e vivissimo affetto e allo scopo d’imparare la sovreminente scienza di Gesù Cristo. In tal modo metteremo in pratica il comando dell’Apostolo Paolo, riportato nella Regola: «La spada dello spirito, che è la Parola di Dio, abiti in abbondanza nella vostra bocca e nei vostri cuori, e tutte le cose che dovete fare, fatele nel nome del Signore».”

Costituzioni Carmelitane (n. 82)

Lectio Divina: 4ª Domenica di Pasqua (C)

Lectio

Gesù è il pastore: 
le sue pecore lo conoscono
Giovanni 10,27-30

1. LECTIO

 a) Orazione iniziale:

Vieni, Spirito santo, nei nostri cuori e accendi in essi il fuoco del tuo amore, donaci la grazia di leggere e rileggere questa pagina del vangelo per farne memoria attiva, amante e operosa nella nostra vita. Noi vogliamo accostarci al mistero della persona di Gesù contenuto in questa immagine del pastore. Per questo ti chiediamo umilmente di aprire gli occhi della mente e del cuore per poter conoscere la potenza della sua resurrezione. Illumina, o Spirito di luce, la nostra mente perché possiamo comprendere le parole di Gesù Buon Pastore; riscalda il nostro cuore perché avvertiamo che non sono lontane da noi, ma sono la chiave della nostra esperienza presente. Vieni, o Spirito santo, perché senza di te il Vangelo appare una lettera morta; con te il Vangelo è Spirito di vita. Donaci, Padre, il santo Spirito; te lo chiediamo insieme con Maria, la madre di Gesù e madre nostra e con Elia, tuo profeta nel nome del tuo Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen!

Giovanni 10,27-30

b) Lettura del vangelo:

27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30Io e il Padre siamo una cosa sola.

c) Momenti di silenzio orante:

Il silenzio protegge il fuoco della parola che è entrato in noi con l’ascolto della Parola. Aiuta a conservare il fuoco interiore di Dio. Sosta alcuni momenti nel silenzio d’ascolto per poter partecipare al potere creativo e ricreativo della Parola divina.

2. MEDITATIO

a) Chiave di lettura:

Il brano della liturgia di questa domenica è tratto dal c.10 di Giovanni, un discorso di Gesù ambientato durante la festa giudaica della dedicazione del Tempio di Gerusalemme che cadeva verso la fine di dicembre (durante la quale si commemorava la riconsacrazione del Tempio violato dai siro-ellenisti, ad opera di Giuda Maccabeo nel 164 a.C). Le parole di Gesù sul rapporto tra il Pastore (Cristo) e le pecore (la Chiesa) appartengono ad un vero e proprio dibattito fra Gesù e i giudei. Questi rivolgono a Gesù una domanda chiara e reclamano una risposta altrettanto precisa e pubblica: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (10,24). Giovanni altre volte nel vangelo presenta i giudei che pretendono da Gesù un’affermazione chiara sulla sua identità (2,18; 5,16; 8,25). Per i sinottici una simile richiesta è situata durante il processo davanti al Sinedrio (Mt 26,63; Mc 14,61; Lc 22,67). La risposta di Gesù viene presentata in due tappe (vv. 25-31 e 32-39). Consideriamo brevemente il contesto della prima ove è inserito il nostro testo liturgico. I giudei non hanno compreso la parabola del pastore (Gv 10, 1-21) e ora domandano a Gesù una rivelazione più chiara della sua identità. Di per sé il motivo della loro incredulità non è da ricercarsi nella sua poca chiarezza ma perché si rifiutano di appartenere alle sue pecore. Può essere illuminante un’analoga espressione di Gesù in Mc 4,11: «A voi è dato conoscere il mistero del Regno di Dio, ma a quelli di fuori tutto è proposto in parabole». Le parole di Gesù sono luce solo per chi vive all’interno della comunità, per chi decide di restare fuori sono un enigma che sconcerta. All’incredulità dei Giudei Gesù contrappone il comportamento di coloro che gli appartengono e che il Padre gli ha dato; ma anche della relazione con essi.

Il linguaggio di Gesù non è per noi di immediata evidenza; anzi il paragonare i credenti ad un gregge ci lascia perplessi. Noi siamo, per lo più, estranei alla vita agricola e pastorale, e non è facile capire che cosa rappresentasse il gregge per un popolo di pastori. Gli ascoltatori ai quali Gesù rivolge la parabola, invece, era appunti un popolo di pastori. È evidente che la parabola và intesa dal punto di vista dell’uomo che condivide quasi tutto con il suo gregge. Egli le conosce: vede ogni loro qualità e ogni lacuna; anch’esse sperimentano la sua guida: rispondono alla sua voce e alle sue indicazioni.

i) Le pecore di Gesù ascoltano la sua voce: si tratta non solo di un ascolto esterno (3,5; 5,37) ma anche un attento ascolto (5,28; 10,3) fino all’ascolto obbediente (10,16.27; 18,37; 5,25). Nel discorso del pastore questo ascolto esprime la confidenza e l’unione delle pecore al pastore (10,4). L’aggettivo «mie» non indica soltanto il semplice possesso delle pecore, ma mette in evidenza che le pecore gli appartengono, e gli appartengono in quanto ne è il proprietario (10,12).

ii) Ecco, allora, stabilirsi una comunicazione intima tra Gesù e le pecore: «ed io le conosco» (10,27). Non si tratta di una conoscenza intellettuale; nel senso biblico «conoscere qualcuno» significa soprattutto avere un rapporto personale con lui, vivere in un certo qualmodo in comunione con lui. Una conoscenza che non esclude i tratti umani della simpatia, amore, comunione di natura.

iii) In virtù di questa conoscenza d’amore il Pastore invita i suoi a seguirlo. L’ascolto del Pastore comporta anche un discernimento, perché tra le tante voci possibili sceglie quella che corrisponde a una precisa persona (Gesù). In seguito a questo discernimento, la risposta si fa attiva, personale e diventa obbedienza. Questa proviene dall’ascolto. Quindi tra l’ascolto e la sequela del Pastore sta il conoscere Gesù.

La conoscenza di Gesù delle sue pecore apre un itinerario che conduce all’amore: «Io do loro la vita eterna». Per l’evangelista la vita è il dono della comunione con Dio. Mentre nei sinottici ‘vita’ o ‘vita eterna’ è connessa con il futuro; nel vangelo di Giovanni designa un possesso attuale. Tale aspetto viene spesso ripetuto nel racconto giovanneo: «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna» (3,36); «In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna» (5,24; 6,47).

La relazione d’amore di Gesù si concretizza anche per l’esperienza di protezione che l’uomo sperimenta: si dice che le pecore «non andranno mai perdute». Forse un allusione alla perdizione eterna. E si aggiunge che «nessuno le rapirà». Tale espressione suggerisce il ruolo della mano di Dio e di Cristo che impediscono ai cuori delle persone di essere rapiti da altre forze negative. Nella Bibbia la mano, in alcuni contesti, è una metafora che indica la forza di Dio che protegge (Dt 33,3; Sal 31,6). Inoltre il verbo «rapire» (harpázō) suggerisce l’idea che la comunità dei discepoli non sarà esente dagli attacchi del male e delle tentazioni. Ma l’espressione «nessuno le rapirà» sta a indicare che la presenza di Cristo assicura alla comunità la certezza di una granitica stabilità che le permette di superare ogni tentazione di paura.

b) Alcune domande:

per orientare la riflessione meditativa e l’attualizzazione.

i) Il primo atteggiamento che la parola di Gesù ha evidenziato è che l’uomo deve «ascoltare». Tale verbo nel linguaggio biblico è ricco di risonanze: implica l’adesione gioiosa al contenuto di ciò che si ascolta, l’obbedienza alla persona che parla, la scelta di vita di colui che si rivolge a noi. Sei un uomo immerso nell’ascolto di Dio? Ci sono spazi e momenti nella tua vita quotidiana che dedichi in modo particolare all’ascolto della Parola di Dio?

ii) Il dialogo o comunicazione intima e profonda tra Cristo e te è stata definita dal vangelo della liturgia di oggi con un grande verbo biblico, il «conoscere». Esso coinvolge l’essere intero dell’uomo: la mente, il cuore, la volontà. La tua conoscenza del Cristo è ferma ad un livello teorico-astratto o ti lasci trasformare e guidare dalla sua voce nel cammino della tua vita?

iii) L’uomo che ha ascoltato e conosciuto Dio «segue» il Cristo come unica guida della sua vita. La tua sequela è quotidiana, continua? Anche quando all’orizzonte si intravede l’incubo di altre voci o ideologie che tentano di strapparci dalla comunione con Dio?

iv) Nella meditazione del vangelo di oggi sono emersi altri due verbi: noi non saremo mai «perduti» e nessuno ci potrà «rapire» dalla presenza di Cristo che protegge la nostra vita. È ciò che fonda e motiva la nostra sicurezza quotidiana. Tale idea è espressa in modo luminoso da Paolo: «Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore » (8,38-39). Quando tra i credenti e la persona di Gesù s’instaura un rapporto di relazione fatta di chiamata e di ascolto, allora la vita procede nella sicurezza di arrivare alla maturità spirituale e al successo. Il vero fondamento di questa sicurezza sta nello scoprire ogni giorno l’identità divina di questo pastore che è la sicurezza della nostra vita. Sperimenti questa sicurezza e questa serenità quando ti senti minacciato dal male?

v) Le parole di Gesù «Io dò loro la vita eterna» ti assicurano che la meta del tuo cammino come credente non è oscura e incerta. Per te la vita eterna allude alla quantità degli anni che puoi vivere o invece ti richiama la comunione di vita con Dio stesso? È motivo di gioia per te sperimentare la compagnia di Dio nella tua vita?

3. ORATIO

a) Salmo 99 (100), 2; 3; 5

Acclamate al Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.
Riconoscete che il Signore è Dio;
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.
Buono è il pastore,
eterna la sua misericordia,
la sua fedeltà per ogni generazione.

b) Preghiera finale:

Ti chiediamo, Signore, di manifestarti a ciascuno di noi come il Buon Pastore, che nella forza della Pasqua ricostituisci, rianimi i tuoi, con tutta la delicatezza della tua presenza, con tutta la forza del tuo Spirito. Ti chiediamo di aprire i nostri occhi, perché possiamo conoscere come tu ci guidi, sostieni la nostra volontà di seguirti ovunque tu ci condurrai. Concedi a noi la grazia di non essere strappati dalle tue mani di Buon Pastore ed di non essere in balia del male che ci minaccia, delle divisioni che si annidano all’interno del nostro cuore. Tu, O Cristo, sei il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Amen!

4. CONTEMPLATIO

Contempla la Parola del Buon Pastore nella tua vita. Le tappe precedenti della lectio divina, importanti in se stesse, assumono funzionalità, se orientate al vissuto. Il cammino della “lectio” non si può dire concluso se non arriva a fare della Parola una scuola di vita per te. Tale meta si raggiunge quando sperimenti in te i frutti dello Spirito. Essi sono: la pace interiore che fiorisce nella gioia e nel gusto per la Parola; la capacità di discernimento tra ciò che è essenziale ed opera di Dio e ciò che è futile ed opera del male; il coraggio della scelta e dell’azione concreta, secondo i valori della pagina biblica che hai letto e meditato.

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Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.