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"La Lectio Divina è una fonte genuina della spiritualità cristiana, e ad essa ci invita la nostra Regola. La pratichiamo, quindi, ogni giorno, per acquistarne un soave e vivissimo affetto e allo scopo d’imparare la sovreminente scienza di Gesù Cristo. In tal modo metteremo in pratica il comando dell’Apostolo Paolo, riportato nella Regola: «La spada dello spirito, che è la Parola di Dio, abiti in abbondanza nella vostra bocca e nei vostri cuori, e tutte le cose che dovete fare, fatele nel nome del Signore».”

Costituzioni Carmelitane (n. 82)

Lectio Divina: Sacro Cuore di Gesù (C)

Lectio

La pecora smarrita è ritrovata
La vera conversione: dalla giustizia alla misericordia
Luca 15, 3-7

Orazione iniziale

Padre mio, vengo oggi davanti a te col cuore dolorante, perché so di essere fra il numero di coloro, che pur essendo peccatori, si credono giusti. Sento in me il peso del mio cuore fatto di pietra e di ferro. Vorrei essere anch’io, oggi, fra coloro che si avvicinano al tuo Figlio per ascoltarlo; vorrei smettere di fare come i farisei e gli scribi che, davanti al tuo amore, mormorano e criticano. 
Ti prego, mio Signore, tocca il mio cuore con le tue parole, con la tua presenza e rapiscilo con un solo tuo sguardo, con una sola delle tue carezze. Portami alla tua mensa, perché anch’io possa mangiare il tuo pane buono, o anche solo le briciole, il Figlio tuo Gesù, chicco di frumento divenuto spiga e Cibo di salvezza. Non lasciarmi fuori, ma permettimi di entrare alla tavola della tua misericordia. Amen.

1. LEGGERE

a) Il testo:

Luca 15, 3-7Allora egli disse loro questa parabola: 4Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 5Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. 7Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.

b) Il contesto:

Questo brevissimo brano costituisce solo l’inizio del grande cap. 15 del Vangelo di Luca, un cap. centralissimo, quasi il cuore del Vangelo e del suo messaggio. Qui, infatti, sono racchiusi i tre racconti della misericordia, come in un’unica parabola: la pecora, la moneta e il figlio sono immagini di un’unica realtà, portano in sé tutta la ricchezza e la preziosità dell’uomo davanti agli occhi di Dio, il Padre. Qui sta il significato ultimo dell’incarnazione e della vita di Cristo nel mondo: la salvezza di tutti, Giudei o Greci, schiavi o liberi, uomini o donne. Nessuno deve rimanere fuori dal banchetto della misericordia.
Infatti proprio il cap. precedente a questo ci racconta dell’invito alla mensa del re e consegna anche a noi questa chiamata: “Venite, tutto è pronto!”. Dio ci aspetta, accanto al posto che ha preparato per noi, per farci suoi commensali, per rendere anche noi partecipi della sua gioia.

c) La struttura:

Il v. 3 fa da introduzione e ci ricollega alla situazione precedente, cioè quella in cui Luca descrive il movimento gioioso, di amore e conversione, dei peccatori e dei pubblicani, i quali, senza paure, continuano ad avvicinarsi a Gesù per ascoltarlo. E’ qui che si innesca la mormorazione, la rabbia, la critica e quindi il rifiuto dei farisei e degli scribi, convinti di avere in se stessi la giustizia e la verità. 
Quindi la parabola che segue, strutturata in tre racconti, vuole essere la risposta di Gesù a queste mormorazioni; in fondo, risposta alle nostre critiche, ai nostri borbottamenti contro di Lui e il suo amore inspiegabile. 
Il v. 4 si apre con una domanda retorica, che suppone già una risposta negativa: nessuno agirebbe come il buon pastore, come Cristo. E invece proprio lì, nel suo comportamento, nel suo amore per noi, per tutti, sta la verità di Dio. I vv. 5 e 6 raccontano la storia, descrivono le azioni, i sentimenti del pastore: la sua ricerca, la sua fatica, la sua gioia che diventa tenerezza e cura per la pecora ritrovata, la condivisione di questa gioia con gli amici. Alla fine, col v. 7, Luca vuole dipingere il volto di Dio, personificato nel Cielo: Egli aspetta con ansia il ritorno di tutti i suoi figli. E’ un Dio, un Padre che ama i peccatori, che si riconoscono bisognosi della sua misericordia, del suo abbraccio e non può compiacersi di coloro che si credono giusti e rimangono lontano da Lui.

2. MEDITARE LA PAROLA

a) Un momento di silenzio orante:

Ora, come i pubblicani e i peccatori, anch’io desidero avvicinarmi al Signore Gesù per ascoltare le parole della sua bocca, per fare attenzione, col cuore e con la mente, a quanto Lui vuole dirmi. Mi apro, allora, mi lascio raggiungere dalla sua voce, dal suo sguardo su di me, che mi raggiunge fino in fondo…

b) Alcuni percorsi di approfondimento:

“Chi uomo tra voi?”

Bisogna partire da questa domanda fortissima di Gesù, rivolta ai suoi interlocutori di quel momento, ma rivolta ancora oggi anche a noi. Siamo messi seriamente di fronte a noi stessi, per capire chi siamo, come siamo nel profondo. “Chi è un vero uomo fra voi?”, dice Gesù. Come pochi versetti più sotto dirà: “Chi donna?”. E’ un po’ la stessa domanda che poneva il salmista, dicendo: “Che cos’è l’uomo?” (8, 5) e che ripeteva Giobbe, parlando con Dio: “Che cos’è quest’uomo?” (7, 17).

Dunque, noi qui, in questo brevissimo racconto di Gesù, in questa parabola della misericordia, troviamo la verità: arriviamo a comprendere chi è davvero uomo, tra noi. Ma per far questo, occorre che noi incontriamo Dio, nascosto in questi versetti, perché con Lui dobbiamo confrontarci, in Lui rispecchiarci e trovarci. Il comportamento del pastore con la sua pecora ci dice cosa dobbiamo fare, come dobbiamo essere e ci svela come siamo in realtà, mette a nudo le nostre piaghe, la nostra profonda malattia. Noi, che ci crediamo déi, non siamo nemmeno uomini.

Vediamo il perché…

“novantanove – uno”

Ecco che la luce di Dio ci pone subito a confronto con una realtà molto forte, sconvolgente per noi. Incontriamo, in questo vangelo, un gregge, uno come tanti, abbastanza numeroso, forse di un uomo benestante: cento pecore. Numero perfetto, simbolico, divino. La pienezza dei figli di Dio, tutti noi, ciascuno, uno per uno, nessuno può rimanere escluso. Ma in questa realtà succede una cosa impensabile: si crea una divisione enorme, squilibrata al massimo. Da una parte 99 pecore e dall’altra una sola. Non c’è alcuna proporzione accettabile. Eppure queste sono le modalità di Dio. Ci viene subito da pensare e da chiederci a quale dei due gruppi noi apparteniamo. Siamo fra le 99? O siamo quell’unica, quella sola, così grande, così importante da fare da controparte a tutto il resto del gregge?

Guardiamo bene al testo. La pecora unica, quella sola, emerge subito dal gruppo perché si perde, si smarrisce, vive, insomma, un’esperienza negativa, pericolosa, forse mortale. Ma sorprendentemente il pastore non la lascia andare via così, non se ne lava le mani; anzi, abbandona le altre, che erano rimaste con lui e va in cerca di lei. Possibile una cosa del genere? Un abbandono di queste dimensioni può essere giustificato? Qui cominciamo ad entrare in crisi, perché sicuramente ci era venuto spontaneo classificarci tra le 99, rimaste fedeli. E invece il pastore se ne va e corre a cercare quella cattiva, quella che non meritava niente, se non la solitudine e l’abbandono che si era cercata da sé.

E poi cosa succede? Il pastore non si arrende subito, non pensa neanche di tornare indietro, sembra non preoccuparsi delle altre sue pecore, le 99. Il testo dice che lui “va su quella perduta, finché non la trova”. E’ interessantissima quella preposizione “su”; sembra quasi una fotografia del pastore, che si china col cuore, col pensiero, col corpo su quell’unica pecora. Scruta il terreno, cerca le sue orme, che lui sicuramente conosce e che ha inciso nelle sue palme (Is 49, 16); interroga il silenzio, per sentire se c’è ancora l’eco lontana dei suoi belati. La chiama per nome, le ripete il loro segnale convenzionale, quello col quale ogni giorno l’ha accolta e accompagnata. E finalmente la trova. Sì, non poteva che essere così. Ma non c’è punizione, non violenza, non durezza. Solo un amore infinito e una gioia traboccante. Dice Luca: “Se la pone sulle sue spalle tutto contento…”. E fa festa, a casa, con gli amici e i vicini. Il testo non racconta nemmeno che il pastore sia tornato nel deserto a riprendere le altre 99.

Davanti a tutto questo è chiaro, chiarissimo, che dovremmo essere noi quell’unica, quella sola pecora, così tanto amata, così preferita. Dovremmo riconoscere che ci siamo smarriti, che abbiamo peccato, che senza il pastore non siamo nulla. E’ questo il grande passaggio che la parola del Vangelo ci chiama a compiere, oggi: liberarci dal peso della nostra presunta giustizia, deporre il giogo della nostra autosufficienza e metterci, anche noi, dalla parte dei peccatori, degli impuri, dei ladri.

Ecco perché Gesù comincia chiedendoci: “Chi uomo tra voi?”.

“nel deserto”

Questo è il luogo dei giusti, di chi si crede a posto, senza peccato, senza macchia. Non sono ancora entrati nella terra promessa, stanno al di fuori, lontano, esclusi dalla gioia, dalla misericordia. Come quelli che non hanno accettato l’invito al banchetto del re e si sono tirati indietro, chi con una scusa, chi con un’altra.

Nel deserto e non nella casa, come quell’unica. Non alla tavola del pastore, dove c’è pane buono e sostanzioso, dove c’è il vino che rallegra il cuore. La tavola imbandita del Signore: il suo Corpo e il suo Sangue. Dove il Pastore diventa Egli stesso pecora, agnello immolato, cibo di vita.

Chi non ama il fratello, chi non apre il cuore alla misericordia, come fa il pastore del gregge, non può entrare nella casa, ma rimane fuori. Il deserto è la sua eredità, la sua dimora. E lì non c’è cibo, né acqua, non pascoli, né recinto per le pecore.

Gesù con-mangia con i peccatori, con i pubblicani, le prostitute, con gli ultimi, gli esclusi e imbandisce la mensa, il suo banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti (Is 25, 6). A questa mensa egli invita anche noi…

c) Passi paralleli interessanti:

2 Sam 12, 1-4: 
“Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l'altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia”…

Matteo 9, 10-13:
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Luca 19, 1-10: 
Zaccheo

Luca 7, 39:
A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice».

Luca 5, 27-32:
Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C'era una folla di pubblicani e d'altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

Matteo 21, 31-32:
In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. E' venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli.

d) Brevi commenti della tradizione spirituale del Carmelo:

S. Teresa di Gesù Bambino:
Parlando di p. Giacinto Loyson, che era uscito dall’Ordine Carmelitano e poi si era distaccato dalla Chiesa, Teresa scrive così a Celina: “E’ certo che Gesù desidera più di noi di ricondurre all’ovile questa povera pecorella smarrita…” (L 129).
“Gesù priva le sue pecorelle della sua presenza sensibile, per dare le sue consolazioni ai peccatori…” (L 142).
Parlando di Pranzini, di cui aveva letto la conversione al momento supremo, prima dell’esecuzione, quando, prendendo il crocifisso, baciò le sante piaghe, così scrive: “Poi la sua anima andò a ricevere la sentenza misericordiosa di Colui che dichiara che in cielo ci sarà più gioia per un solo peccatore che fa penitenza che per 99 giusti che non hanno bisogno di penitenza!…” (MA 46 r).

Beata Elisabetta:
“Il prete nel confessionale è il ministro di questo Dio così buono, che lascia le sue 99 pecore fedeli per correre a cercare quella sola che si è smarrita…” (Diario, 13.03.1899).

S. Giovanni della Croce:
“Era così grande il desiderio che lo Sposo aveva di liberare e di redimere la sua sposa dalle mani della sensualità e del demonio, che avendolo ormai compiuto, si rallegra come il buon Pastore che, dopo aver molto girato, ritrova la pecorella smarrita e con gran gioia se la mette sulle spalle” (CB XXI, Annotazione).

3. LA PAROLA E LA VITA

Alcune domande:

● “…avendo perso una sola di esse…”. Il vangelo richiama subito la nostra attenzione sulla realtà forte e dolorosa dello smarrimento, della perdita. Quell’unica pecora del gregge è andata fuori strada, si è allontanata dalle altre. Non si tratta solo di un evento, una cosa accaduta, ma è piuttosto una caratteristica della pecora; infatti al v. 6 viene chiamata ‘la perduta’, quasi questo fosse il suo vero nome.

Qui sta il punto di partenza, la verità. Perché è di noi che si parla. Siamo noi i figli dispersi, gli smarriti, gli erranti; anzi, i peccatori, i pubblicani. E’ inutile che continuiamo a crederci giusti, a considerarci migliori degli altri, degni del regno, della presenza di Dio, quasi in dovere di brontolare, di mormorare contro Gesù che, invece, dà attenzione a chi sbaglia.

Devo chiedermi, davanti a questo vangelo, se sono disposto a compiere questo percorso profondo di conversione, di revisione interiore molto forte. Devo decidermi da quale parte voglio stare: se lasciarmi prendere sulle spalle del pastore o se rimanere distante, in fondo solo, con la mia giustizia. Ma se non so usare misericordia, se non so accogliere, perdonare, stimare, come posso aspettare tutto questo nei miei confronti?

● “…le 99 nel deserto…”. Devo aprire gli occhi su questa realtà: il deserto. Dove credo di essere, io? Dove abito? Dove cammino? Quali sono i miei pascoli? Credo di essere al sicuro, di abitare nella casa del Signore, tra i suoi figli fedeli, ma chissà se è davvero così. “Su pascoli erbosi il Signore mi fa riposare”, dice il salmo. Ma io mi sento in questo riposo? E perché, allora, sono così inquieto, insoddisfatto, sempre alla ricerca di qualcosa di più, di meglio, di più grande? Guardo la mia vita: non è un po’ un deserto? Dove non c’è amore e compassione, dove rimango chiuso ai miei fratelli e non so accoglierli così come sono, nei loro limiti, negli errori che fanno, nelle sofferenze, che forse mi procurano, lì nasce il deserto, lì vengo meno e mi sento affamato e assetato. Questo è il momento di lasciarmi cambiare il cuore: riconoscermi misero per diventare misericordioso.

● “…va dietro la perduta, finché non la ritrova…”. Abbiamo visto che il testo descrive con finezza l’azione del pastore: lascia indietro tutte le pecore e va sopra quell’unica che si è smarrita. Il verbo può sembrare un po’ strano, ma è molto efficace. Come Osea dice riguardo a Dio, che parla al suo popolo che ama, come ad una sposa: “Parlerò sopra il suo cuore” (2, 16). E’ un movimento, un trasporto d’amore; un piegarsi paziente, tenace, che non si arrende, ma che insiste sempre. L’amore vero, infatti, non viene meno. Così agisce il Signore verso ognuno dei suoi figli. Anche verso di me. Se mi guardo indietro, se ripenso alla mia storia, mi accorgo di quanto amore, quanta pazienza, quanto dolore, anche, Lui ha sperimentato per me, per ritrovarmi, per ridarmi quello che io avevo sciupato e perduto. Lui non mi ha mai abbandonato. Lo riconosco, è davvero così.

Però, a questo punto, cosa ne faccio, io, di questo amore così gratuito, così grande, traboccante? Se lo tengo chiuso nel mio cuore, si perde. Non può essere conservato fino al giorno dopo, come la manna; altrimenti fa i vermi, imputridisce. Devo, oggi stesso, riconsegnarlo, distribuirlo, diffonderlo. Guai a me, se non amo. E provo a pensare al mio atteggiamento verso i miei fratelli e le mie sorelle, quelli che incontro ogni giorno, coi quali condivido la vita. Com’è il mio modo di fare nei loro confronti? Assomiglio almeno un po’ al pastore bello, al pastore buono, che va in cerca, che si avvicina, che si china sopra con tenerezza, attenzione, amicizia, o anche amore? Oppure sono superficiale, non mi importa veramente di nessuno, lascio che ognuno faccia le sue scelte, viva i suoi dolori, senza dispormi per niente alla condivisione, al portare insieme? Che fratello o sorella sono, io? Che padre, che madre sono?

● “Congioite con me!”. Il brano si chiude con una festa, che diventa poi un vero e proprio banchetto, secondo la descrizione che Luca fa alla fine della parabola. Un pranzo da re, una festa solenne, col cibo migliore, tenuto da parte, ad ingrassare, per l’occasione, con le vesti più belle, coi piedi calzati e l’anello al dito. Una gioia che cresce sempre più, che contagia, una gioia insieme. E’ l’invito che il Padre, il Re, ci fa ogni giorno, ogni mattina; desidera che partecipiamo anche noi alla sua gioia per il ritorno dei suoi figli, i nostri fratelli. Mi infastidisce, questo? Vorrei, piuttosto, che si rimanesse tranquilli, magari col volto truce di chi vuole fare i conti sugli errori, sugli smarrimenti dell’uno e dell’altro? Il mio cuore è aperto, è disponibile a questa gioia di Dio? Preferisco stare fuori, magari a recriminare quello che mi sembra non mi venga dato, la parte di patrimonio che mi spetta, il premio speciale per far festa con chi mi pare? Ma capisco bene che se non entro adesso al banchetto di Dio, dove sono invitati i poveri, gli zoppi, gli storpi, i ciechi, quelli che nessuno vuole; se non prendo parte alla gioia comune della misericordia, resterò fuori per sempre, triste, chiuso in me stesso, nella tenebra e nel pianto, come dice il Vangelo.

4. LA PAROLA DIVENTA PREGHIERA

a) Salmo 103

Il Signore è buono e grande nell’amore.

Benedici il Signore, anima mia, 
quanto è in me benedica il suo santo nome. 
Benedici il Signore, anima mia, 
non dimenticare tanti suoi benefici. 
Egli perdona tutte le tue colpe, 
guarisce tutte le tue malattie; 
salva dalla fossa la tua vita, 
ti corona di grazia e di misericordia.

Buono e pietoso è il Signore, 
lento all'ira e grande nell'amore. 
Egli non continua a contestare 
e non conserva per sempre il suo sdegno. 
Non ci tratta secondo i nostri peccati, 
non ci ripaga secondo le nostre colpe.

Come il cielo è alto sulla terra, 
così è grande la sua misericordia su quanti lo temono; 
come dista l'oriente dall'occidente, 
così allontana da noi le nostre colpe. 
Come un padre ha pietà dei suoi figli, 
così il Signore ha pietà di quanti lo temono.

b) Preghiera finale:

Padre buono e misericordioso, lode a te per il tuo amore che ci hai rivelato nel Cristo tuo Figlio! Tu, misericordioso, chiami tutti a diventare misericordia. Aiutami a riconoscermi ogni giorno bisognoso del tuo perdono, della tua compassione, bisognoso dell’amore e della comprensione dei miei fratelli. La tua Parola cambi il mio cuore e mi renda capace di seguire Gesù, di uscire ogni giorno insieme a Lui per cercare i miei fratelli nell’amore. Amen.

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Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.