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Le Parabole delle Misericordia - La Pecora Smarrita e la Moneta Perduta...

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di Don Claudio Doglio

Fra i testi più caratteristici dell’Evangelista Luca ci sono le parabole della misericordia che occupano il capitolo 15.

Ci troviamo durante il viaggio verso Gerusalemme e quindi S. Luca inserisce queste parabole come una catechesi fondamentale per mostrare l’insegnamento di Gesù sulla misericordia e l’accoglienza dei peccatori.

L'evangelista è particolarmente sensibile a tale questione; gli interessa la tematica della conversione soprattutto perché ritiene che la Chiesa abbia bisogno di rinnovamento interiore. Non sta scrivendo un discorso per i lontani, sta parlando ai discepoli e si rende conto - un po’ amaramente - che il peccato è dentro la Chiesa. Noi ci siamo ormai abituati a questa idea, ma all’inizio della Comunità Cristiana c’era stato un entusiasmo e un cambiamento di vita così radicale, che i primi Cristiani avevano davvero sperimentato una vita di santità, lasciando alle spalle la vecchia vita e iniziando uno stile nuovo. Qualcuno dice che quell’entusiasmo iniziale fosse dovuto all’idea che la venuta del Messia glorioso fosse imminente e quindi si trattava di scegliere un comportamento eroico per qualche tempo, qualche mese, massimo qualche anno perché, dopo, tutto sarebbe cambiato nella gloria. Le cose andarono invece per le lunghe e il Messia glorioso non veniva... finché l’entusiasmo degli inizi andò scemando e pian piano molti si ripresero quello che avevano dato e ritornarono al comportamento di prima.

 Quando Luca scrive ormai la Chiesa ha una cinquantina di anni, sono già morte le prime generazioni e comincia a subentrare la stanchezza, la delusione, l’adattamento al mondo e l’evangelista si rende conto che la conversione serve ai Cristiani. Se in un primo tempo era una predicazione da rivolgere ai non credenti perché diventassero Cristiani, adesso sono i Cristiani che hanno bisogno di cambiare mentalità, la metànoia, per aderire veramente al Signore Gesù. Così le parabole della misericordia mostrano l’atteggiamento del Signore Gesù nei confronti dei peccatori.

Una accoglienza “contestata”

I primi due versetti del capitolo 15 sono un’introduzione che l’Evangelista compone per inquadrare i racconti: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I Farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”.

Due atteggiamenti differenti. Ci sono dei peccatori che si avvicinano a Gesù con l’intenzione di ascoltarlo -e Gesù accetta questa vicinanza condividendo addirittura il pasto con loro- e ci sono i Farisei e gli scribi osservanti che non approvavano, perché per loro mangiare assieme a dei peccatori è decisamente sconveniente, una persona per bene non deve farlo!

Notiamo quindi come la cornice del racconto sia una situazione concreta della vita di Gesù, una contestazione del suo stile e una particolare attenzione al mangiare: Gesù viene criticato perché mangia con i peccatori.

Dietro a questa allusione c’è un problema della Chiesa primitiva che si dibatteva sulla questione dei cibi puri e impuri e sulla possibilità di mangiare o no con i greci. Nelle lettere di S. Paolo ricorrono frequentemente queste problematiche. Avevano deciso un’apertura, una possibilità di mangiare qualsiasi alimento e di mangiare con chiunque, pur tuttavia qualcuno faceva ancora resistenza...

Ecco perché Luca mette queste parabole nella cornice di un pasto problematico: mangiare o non mangiare con i peccatori?

Ed egli disse loro questa parabola:

Bisogna notare che c’è il singolare «questa parabola», ma poi ne seguono tre: prima quella della pecora perduta, poi quella della moneta perduta e quindi quella del figlio perduto. Non ci sono altre introduzioni. Si è sbagliato Luca ad usare un singolare quando in realtà riporta ben tre parabole? Forse non si è sbagliato, ma ha voluto lasciare un indizio al lettore perché capisse che si tratta di un’unica parabola in tre formulazioni differenti.

LA PECORA PERDUTA

La prima parabola è raccontata anche nel Vangelo di S. Matteo al capitolo 18. Parla di un pastore che ha cento pecore e, perdendone una, lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta finché non la ritrova. Dice il testo di Luca: Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 

Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici, i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione."

Il rapporto di peccatori e giusti è di 1 a 99! L’uno per cento dell’umanità è peccatore; il restante 99 è fatto di giusti che non hanno bisogno di conversione.

È vero questo? Corrisponde ai dati della realtà? Ma allora, siamo sicuri che quei 99 giusti che non hanno bisogno di metànoia: di conversione? E difatti lo schema narrativo non parla di tanti uomini che non hanno bisogno di Dio e di salvezza, perché tutti ne hanno bisogno. Allora si parla di qualcos’altro. In genere il numero “nove” nella tradizione giudaica richiama gli angeli. Quell’unica pecora perduta è l’umanità, è sempre quell’uomo che incappò nei briganti (cfr la parabola del buon San- maritano), è Adamo.

Lui ha lasciato i cori degli angeli a cantare tranquilli ed è venuto a cercare l’uomo perduto, se lo è messo sulle spalle e lo ha portato alle altezze del cielo; lo ha riportato a casa. È l’immagine dell’opera di salvezza compiuta dal Cristo che ha preso su di sé l’umanità decaduta per riportarla alla santità della prima origine.

Matteo racconta questa parabola con un linguaggio più ecclesiale. Parla infatti di una pecora smarrita, vagante e inserisce questa parabola nel contesto della correzione fraterna come dire: aiutatevi l’un l’altro a correggere i difetti. L’andare a cercare il fratello errante è una esemplificazione di questo aiuto vicendevole.

Ma questo è S. Matteo che inserisce la parabola nel contesto del discorso ecclesiale; S. Luca, invece, parla di una pecora perduta, di una pecora rovinata, parla di una situazione universale e - proprio per generalizzare il discorso - raddoppia la parabola e, come è solito fare, ad una figura maschile ne fa corrispondere una femminile.

LA MONETA PERDUTA

Cosi la stessa parabola viene raccontata nella prospettiva di una donna, una padrona di casa che ha dieci monete. La parola “dracma” indica un tipo di “moneta” antica, ma è proprio il caso di tradurre moneta per semplificare la comprensione. Anche in questo caso il rapporto è molto sbilanciato, anche se inferiore al caso precedente; su dieci monete ne perde una: Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto». Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte.

Ci accorgiamo che l’evangelista ci ha offerto la chiave di lettura? Nella seconda narrazione, infatti, sostituisce i novantanove giusti con gli angeli. In cielo fanno festa e sono contenti per quel peccatore che si converte; parlando di uno si intende parlare di tutti...

La moneta è un altro modo per evocare l’umanità; è la Sapienza divina che cerca la sua moneta, cioè cerca l’Uomo su cui è impressa l’immagine del Creatore (cf. Gn 1,26).

Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.


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