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Lunedì, 20 Gennaio 2020 00:00

Per il 3° Centenario della morte del Beato Angelo Paoli

Il 3° centenario della morte del Beato Angelo Paoli offre alla famiglia carmelitana un invito a rendere grazie al nostro Dio e a riflettere sulla vita di questo uomo santo, formato nella scuola del Carmelo.

Nota biografica

Angelo Paoli nacque ad Argigliano, il primo settembre 1642. Nella sua famiglia modesta, economicamente disagiata, Angelo conobbe la povertà sin da piccolo. Entrò nel Carmelo nel 1661, quindi all’età di diciannove anni e nel 1667 riceve l’ordinazione a sacerdote. Nell’arco di una ventina di anni Angelo si trova in numerose comunità differenti, con dei ruoli molto semplici e normali. Poi nel 1687 il provinciale lo manda a Roma al convento di San Martino ai Monti. Con quella decisione si apre un capitolo molto nuovo nella vita del Beato. Rimarrà in quel convento fino alla fine della sua vita, avvenuta il 20 gennaio 2020. Durante quei 33 anni Angelo si dedicò alla formazione dei novizi, e scopri il mondo dei poveri della città. Con il tempo il lavoro con i poveri e gli ammalati diventa la sua passione e la sua attività principale.  Roma era stata colpita in quegli anni da due terremoti e da due inondazioni del Tevere. Il risultato fu l’apparizione di un numero straordinario di poveri e bisognosi. Angelo comincia a distribuire pane. Vengono ogni giorno centinaia di persone per chiedere il suo aiuto. Allo stesso tempo non smette di visitare i malati nell’ospedale di San Giovanni in Laterano. Tra le molte cose che fece per la amata città di Roma fu l’erezione di croci in vari parti della città, incluso il Colosseo, come modo di ricuperare la vera identità della città e la memoria dei martiri. Quando mori, la città lo ricordò e il popolo tra poveri e ricchi riempi le strade intorno al suo convento. Il padre dei poveri non c’era più. 

Il tipo di persona che era Angelo Paoli.

Possiamo vedere nella storia di Angelo tutti i punti essenziali della formazione carmelitana e religiosa. La storia dei suoi spostamenti da una comunità a un’altra indica la sua obbedienza e la sua disponibilità. Allo stesso tempo quando gli toccava rimanere in un solo posto per lungo tempo come era la sua permanenza nella comunità di San Martino ai Monti ha accettato pienamente la volontà dei suoi superiori. I suoi giorni erano pieni di impegni con i malati, o i carcerati o coloro che venivano al convento per cercare il suo aiuto. Ciò nonostante dedicava molto tempo alla preghiera, e quando si trattava dell’Eucaristia Angelo dedicava ore e ore alla celebrazione. Per lui non era soltanto questione di celebrare una Messa e basta. Nell’eucaristia, come buon carmelitano, lui trovava la presenza della rivelazione dell’amore di Dio e seguiva la Messa in ogni suo dettaglio, come partecipazione al lavoro di Dio, manifestato nell’invito del Signore a sedersi alla sua mensa. Il Concilio Vaticano Secondo chiedeva la partecipazione piena, attiva e cosciente dei fedeli nella celebrazione dell’Eucaristia. Vorrei pensare che Angelo, cosi come altri santi della tradizione Carmelitana vivevano veramente questo tipo di partecipazione già nei secoli passati, anche prima del Concilio Vaticano.

Questa stessa partecipazione attiva, e cosciente è evidente anche nella sua devozione mariana. Non bastava parlare dello Scapolare, non bastava distribuire scapolare in forma massiva. Angelo nel suo tempo libro cuciva, fabbricava gli scapolari che poi dava alla gente. Quanto siamo abituati oggi a ricevere cose e merci depersonalizzati. Nel caso di Angelo, lo Scapolare fatto a mano da lui era segno che un impegno serio e personale per quanto riguardava la devozione alla Madonna del Carmine.

Lo stesso tipo di impegno lo vediamo nel suo modo di trattare i malati. La sua vicinanza ai malati e ai poveri non era quel tipo di dovere minimalista che oggi molti poveri devono supportare. Nel caso di Angelo, cera tutto un’attenzione personale, in cui lui identificava le varie forme in cui la condizione del malato o del povero poteva essere migliorata. Accorciando le distanze, non li trattava come puri dipendenti come pesi, ma veri fratelli con cui si poteva condividere qualcosa della vita. In lui, forse, vediamo a intravedere l’esistenza dell’empatia tra lui e il povero o il malato. L’empatia è la qualità con la quale le persone si sentono unite in spirito e comprensione, che permette a le persone di superare ogni tipo di strumentalizzazione o soluzione rapida e meccanica.  E allo stesso tempo possiamo intravedere un altro aspetto della cura dei malati a cui oggi diamo molta importanza, quello di trattare la persona in forma integrale. Non basta trattare la ferita nel corpo, bisogna anche curare lo spirito, le emozioni, le relazioni familiari, la dimensione sociale. Angelo usava il suo amore per il teatro, la musica e la poesia nel suo lavoro nell’ospedale, dando cosi ai paziente un senso della loro vera dignità. Anche in questo, Angelo appare come religioso profetico che anticipava i tempi moderni.

Angelo Paoli è ricordato anche per la severità delle sue penitenze. Usava i metodi preferiti del tempo, il digiuno e il cordone. Oggi ci possiamo domandare che senso può avere quel tipo di penitenza. E vero che la vera penitenza molte volte è quella di affrontare le sfide di ogni giorno senza lamentarsi, senza tirarsi in dietro, ricordando un Gesù che non si tirava indietro. Ma è anche vero che noi esseri umani troppo facilmente cerchiamo la nostra volontà nelle cose, e il nostro confort e la nostra posizione e il nostro vantaggio e per superare quella tendenza e lasciar parlare in noi la voce dello spirito, la voce dell’altro, possono servire le penitenze di tipo tradizionale. Tutto ciò che ci rende più disponibile alla volontà di Dio è da considerare positivo e qualche volta delle sofferenze auto-imposte possono fare parte di questo modo di intendere la vita cristiana.

Qualcosa di molto originale in Angelo Paoli è l’interesse che aveva per la città di Roma. E qualcosa che troviamo oggi negli scritti di Papa Francesco, e nella spiritualità di gruppi come per esempio la comunità di Sant’Egidio. Nel nostro beato vediamo un vero l’ambientalista. Soffriva per l’idea del Colosseo, luogo del martirio che era diventato un grande mercato, o peggio, un grande postribolo.  Prese misure per proteggere il santuario, e eresse lì e in altre parti della città una croce grande e visibile a tutti. In questo non dobbiamo vedere un atto di prepotenza e abuso di potere, ma piuttosto la voglia di rispettare la natura delle cose, e creare un ambiente positivo attraverso l’uso saggio dei simboli. Oggi questa dimensione va curata molto. Da un lato viviamo in ambienti molto secolarizzati, dall’altra parte la fede cristiana ha una ricchezza di simboli profondi e significativi che possono creare ambienti positivi favorevoli alla crescita umana, in qualunque posto dove la gente si raduna. Il crocifisso è uno di essi.

Come ultimo punto, e forse il più caratteristico, ricordiamo la sua fede che gli diceva che chi vuole trovare il Signore lo deve cercare tri i poveri. L’attenzione ai poveri è una caratteristica del Carmelo sin dall’inizio.  Si vede nella scelta dei luoghi, il tipo di apostolato, la dedizione all’educazione di poveri in tantissimi conventi dell’ordine. Qui in Angelo Paoli troviamo la personificazione della tradizione, non soltanto in parole ma in atteggiamenti e atti. Deve essere bello arrivare alla fine della vita e essere ricordato dalla tua città, dal tuo popolo, dalla tua chiesa, come il “padre dei poveri” e cosi è stato per il santo il cui funerale, rassomigliava il funerale dell’amato Giovanni Paolo II tre secoli dopo.

A chi riceve il messaggio della celebrazione di questo centenario e sente il desiderio di parteciparvi in qualche modo, auguro una abbondanza di grazie e di luce e prego Dio di mandare la sua benedizione, per intercessione di Maria a tutti quelli che guarderanno la figura del Beato Angelo Paoli, con il desiderio di crescere nella conoscenza dell’amore di Dio per amare i poveri e i malati e poter dire con lui, “i miei malati”.

P. Míceál O'Neill, O.Carm.
Priore Generale

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