12 Agosto Memoria facoltativa
Isidore Bakanja
(estratti dal libro Isidore Bakanja: Martire dello Scapolare di Lina Farronato)
A prima vista, Bakanja era un ragazzo semplice e senza pretese, proveniente da uno dei tanti villaggi congolesi. Ma spiccava per la sua bontà d’animo. Chi lo conosceva, come Remacle Linganga, il leader sindacale di Coquilhatville, lo ricordava come una persona molto affabile e gentile, che non amava le discussioni inutili, amichevole con tutti a prescindere dal colore della pelle e privo di malizia. Tuttavia, non era affatto solo una persona accomodante.
Era infatti intelligente e sapeva bene cosa voleva, cosa era giusto accettare e cosa invece evitare. Era leale e di buon carattere, un vero uomo nonostante fosse ancora molto giovane. Senza perdersi in chiacchiere inutili, dialogava volentieri con gli altri lavoratori, dai quali imparava molte cose. Soprattutto, sapeva ascoltare con attenzione, specialmente quando si parlava di cose utili e interessanti.
C’era un argomento che catturava particolarmente la sua attenzione, ed era quando si parlava del Dio di Gesù. Ascoltava, rifletteva e faceva domande. Così imparò che quelli che parlavano di questo Gesù erano degli uomini chiamati missionari, venuti dal Belgio. Bakanja aveva già una fede tutta sua, ma era un po’ confusa. Volendo capire meglio chi fosse questo Dio di cui venivano a parlare quei missionari, decise di andare a trovarli a Boloko-Nsimba, un villaggio abbastanza vicino a Coquilhatville. I missionari diedero risposte davvero soddisfacenti alle sue domande, risposte capaci di dare una svolta nuova e decisiva alla sua vita.
Per lui non era cosa da poco scoprire che Dio, creatore del cielo e della terra e di tutto ciò che esiste, si prendesse cura delle creature umane, senza eccezioni, a prescindere dalla razza o dal colore della pelle, e che, inoltre, avesse mandato suo Figlio Gesù proprio per loro. Era persino incredibile, quasi inverosimile, che Dio si prendesse cura anche di lui, proprio di lui, e che Dio lo amasse personalmente, che Gesù, suo Figlio, si fosse fatto uomo per amore delle creature umane.
Ben presto Bakanja si innamorò letteralmente di Gesù e anche di sua Madre Maria. Era semplicemente entusiasta di tutto ciò che stava imparando. Il suo stato d’animo era come quello di chi ha scoperto un tesoro. Il tesoro che aveva scoperto era più grande di qualsiasi cosa potesse immaginare, quindi valeva la pena lottare per averlo. Fu Gesù stesso a paragonare il Regno di Dio a un tesoro la cui scoperta riempiva di gioia chi lo trovava, al punto da spingerlo a lasciare tutto il resto pur di possederlo. Poi, e questa fu la scoperta più bella, Bakanja riuscì a capire che lui stesso era il tesoro di Dio, perché Gesù aveva dato la propria vita anche per lui.
Isidore Bakanja viveva la sua fede in modo semplice, ma con grande intensità e gioia. L’ha coltivata con la catechesi, che gli ha fatto scoprire a un livello sempre più profondo le grandi cose di Dio. Il cristianesimo, preso sul serio, dà il giusto sapore alla vita. Isidore ci teneva tantissimo a conoscere Dio e anche a pregare Lui. Dopotutto, pregare, per Bakanja, non è altro che stare in relazione da amico con il suo Signore, dal quale sa di essere ascoltato, e con sua madre Maria, di cui indossa il mantello. La fede di questo ragazzo traspare dalla serenità che lo pervade e dal suo desiderio di condividerla; ha deciso che il dono che ha ricevuto non è solo per sé, ma anche per gli altri, forse per tutti. La madre di Gesù, attraverso il suo scapolare, sarà come una bandiera che indica il tesoro che porta nel cuore. Perché, in verità, è troppo grande per tenerlo solo per sé.
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