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annunciation02 150Quando Titus Brandsma venne arrestato dalla Gestapo, il 19 gennaio 1942, fu rinchiuso in una cella.

james geaney 450Nemmeno per un minuto oserei paragonarmi a Tito Brandsma, carmelitano, che sta per essere canonizzato santo. L'unica cosa che abbiamo in comune è il nostro essere "carmelitani", niente di più. Ma non posso fare a meno di vedere alcuni parallelismi nei viaggi delle nostre vite, che mi confortano mentre invecchio e devo finalmente affrontare la morte in tempo reale come fece Tito. I parallelismi sono: dolori di pancia che sono come pugni allo stomaco imprevisti (o notti oscure passive dello spirito) causati da 1) tempo forzato trascorso tutto solo nella propria cella, e 2) la prospettiva di una morte prematura che pende sulla propria testa. Entrambe le esperienze portano ad un senso di inutilità e ad un senso di impotenza schiacciante.

Forse Tito ha visto arrivare la sua incarcerazione in Olanda negli anni '40, ma io non ho visto arrivare la pandemia di Covid nel Perù in 2020. Nel marzo del 2020 mi sono trovato a passare da pastore occupato a Pucusana, una città di pescatori a sud di Lima, alla vita isolato in cella nella casa parrocchiale di Pucusana. Era una stretta chiusura, la madre di tutte le chiusure in Sud America in quel momento. Improvvisamente la mia cella divenne più di un semplice rifugio diurno dagli obblighi pastorali o un posto notturno dove posare la testa. Divenne un vero e proprio eremo in stile XIII secolo, del tipo che si poteva trovare sul Monte Carmelo nel 1207 o giù di lì.

Il 19 gennaio 1942, la vita normale di Tito, piena di attività veementi, cambiò drasticamente. Si ritrovò tutto solo in una vera cella con sbarre e serrature, e la sua prima reazione fu: "Ora sto ottenendo ciò che ho sempre desiderato nella vita. Vado in una cella dove finalmente diventerò un vero carmelitano". "Fu quasi con un senso di gioia che abbracciò la solitudine della sua cella e si concentrò sulla reale presenza di Dio che lo accompagnava in ogni momento, giorno e notte. Nel silenzio della sua cella avrebbe dovuto fare i conti con un più profondo senso di sé e dare un nuovo significato al modo in cui trascorreva le sue giornate, non sentendosi più utile come era sua abitudine quando lottava per la pace e la giustizia e l'uguaglianza nel suo lavoro come Rettore dell'Università.

Il mio isolamento dovuto alla pandemia nella parrocchia di Pucusana non è stato così gioioso, anche se ho sperimentato un senso più profondo della presenza di Dio nella mia vita. Avevo anche qualche buona lettura spirituale per tenere alto il mio spirito, come il libro su Tito intitolato Incontro con Dio nell'abisso di Constant Dölle. Allo stesso tempo stavo sperimentando un grande senso di colpa (chiuso nella mia stanza come un codardo mentre la gente in città andava al lavoro - infermieri e dottori con i pazienti di Covid, persone che si occupavano dei negozi nella piazza del mercato, autisti di autobus e pescatori, lavoratori essenziali). Tuttavia, a differenza di Tito, non ero impotente. Ho chiesto al mio Superiore un cambio di sede, e sono potuto andare nel nostro Noviziato ad insegnare alcune lezioni ai Novizi... il che mi ha dato un po' di sollievo.

Il sollievo durò un paio di mesi. Poi lo Spirito colpì di nuovo con un secondo pugno allo stomaco (seconda notte oscura passiva dello Spirito). Una notte, dopo aver preparato le lezioni, cominciai ad urinare sangue. Diversi esami e operazioni più tardi il medico diagnosticò un cancro maligno nella vescica. Dopo l'asportazione del tumore ho dovuto trasferirmi nella nostra casa centrale di Miraflores, ancora una volta confinato nella mia cella durante la terapia, sperimentando non solo l'inutilità, ma l'impotenza e, come Tito, dovendo essere realistico sulla possibilità di morire in un futuro non troppo lontano. Presto avrei compiuto 88 anni.

La fortuna volle che la mia terapia cominciò a funzionare e tornai alla parrocchia di Pucusana ma con delle capacità di lavoro limitata. La sfida ora era come continuare a lavorare senza essere amareggiato. Tito mostrò di nuovo la strada. Sulla strada per Dachau via Kleve fu gettato in celle più piccole e più affollate. Fu un periodo di terribile sofferenza fisica e spirituale per Tito, una terribile notte oscura passiva, ma una notte di enorme consolazione per coloro che ebbero la fortuna di condividere la loro vita con la sua. Tito poteva prevedere la sofferenza che sarebbe venuta a Dachau, non più in una cella privata, ma gettato nella cella comune con migliaia di altri prigionieri. In una delle sue poesie, scrisse: Ma il dolore per me è una benedizione per il mio cuore, perché il dolore mi fa diventare come Te". La notte buia lo avrebbe trasformato, così come il tempo trascorso nella sua cella, nel Dio della compassione e della misericordia di Dachau. La sua attenzione non sarà più rivolta a Dio e a sé stesso, ma a Dio e ai suoi fratelli prigionieri, incarnando in sé stesso l'arcana ma precisa definizione dell'amore: "quando i bisogni degli altri sono più grandi dei miei". Non importa quanto soffrisse ai lavori forzati o venisse punito fisicamente da soldati sadici, sarebbe sempre stato lì per i suoi fratelli i cui bisogni erano più grandi dei suoi. Andava a trovare ognuno di loro ogni giorno nei loro alloggi comuni, una parola consolante per tenere alto il loro spirito, un abbraccio amichevole per rinnovare la loro fede nell'amore, una preghiera tempestiva per dare loro la forza di superare la giornata, mentre lui stesso camminava alla cieca in una notte oscura dell'anima.

La trasformazione di Tito fu sottile ma totale. Il suo mentore, Giovanni della Croce, ha detto nel suo Cantico spirituale: "Nessun gregge è ora sotto la mia cura, nessun'altra fatica condivido, e solo ora nell'amare è il mio dovere". Tito non aveva più un gregge da accudire in Olanda. Non era più considerato un illustre studioso che poteva risolvere problemi educativi o tenere profondi discorsi teologici o scrivere profondi articoli di giornale. Gli restava solo l'amore: occuparsi dei bisogni dei suoi fratelli prigionieri, i cui bisogni erano più grandi dei suoi. E così Tito si preparò alla morte per iniezione letale accettando umilmente il suo attuale stato di sconforto e successivo rifiuto: "pati e contemni" - soffrire per mano delle guardie ed essere disprezzato, diventando nulla, niente, solo un numero 30492. Ma allo stesso tempo si stava fondendo con il Dio dell'Amore e della Compassione e della Misericordia, diventando amore, che era tutto.

Come ho detto all'inizio, non oserei mai paragonare la mia vita a quella di Tito. Ma come mi ispira a terminare il mio cammino carmelitano qui sulla terra come un nessuno, un niente, non cercato, non consultato, non necessario, lasciando solo l'amore, come direbbe Thomas Keating. L'amore è l'unica cosa che conta alla lunga. Tito ha condiviso l'amore di Dio con i suoi compagni di prigionia fino alla fine e, infine, con la sua infermiera, Tizia, che a malincuore ha dovuto somministrare la sua definitiva iniezione letale. Si sentiva così dispiaciuto per lei e cercava di alleviare il suo senso di colpa - il suo bisogno era più grande del suo nell'ultimo momento della sua vita. Che grande esempio!  

Dio sa quanti mesi o anni ho ancora da vivere. L'unica cosa che so ora è come morire. San Tito, ti preghiamo, mostraci la via.

Gregory James Geaney, O. Carm.

Pucusana, Perú

annunciation02 150Nemmeno per un minuto oserei paragonarmi a Tito Brandsma, carmelitano, che sta per essere canonizzato santo.

TitusBrandsma Nijmegen 450In quanto professore universitario specializzato in filosofia, Titus Brandsma era profondamente consapevole delle idee e della propaganda che circolavano nella vicina Germania durante gli anni ’30.
Il partito nazista promuoveva un ampio spettro di principi di base che sancivano il crudo significato del potere e della violenza, specialmente a spese dei deboli. La celebrazione di Friedrich Nietzsche del “superuomo” glorificava il violento sfruttamento degli uomini come unica via per la sopravvivenza e il successo. Si può arrivare al vertice in una lotta solo calpestando le persone inferiori, che si trovano al di sotto. In una tale mentalità, il cristianesimo veniva ridicolizzato per la cura e l’attenzione verso i poveri, i malatti, gli anziani e i disabili. Nell’Olanda di Brandsma, il parTitus nazista olandese (il NSB) rispecchiava gli stessi punti di vista distruttivi, anche se in una forma un po’ più blanda prima dello scoppio della guerra.
Nel mese di dicembre del 1935, dopo l’emanazione delle dure leggi antiebraiche di Norimberga, Titus contribuì con un saggio a un’opera collettiva di intellettuali olandesi. Il suo contributo, “La delusione della debolezza”, suggeriva che la radice della discriminazione era l’invidia. Il mito nazista del superuomo è cresciuto da un immaginario sentimento di inferiorità a causa del successo e delle realizzazioni all’interno della comunità ebraica in Germania. Al contrario, egli proponeva che chiunque si sentiva a disagio con i successi degli ebrei avrebbe dovuto considerarli una motivazione per creare il proprio successo personale scevro da rancori. Con una rapida risposta, gli scrittori nazisti in Germania lo definirono un professore furbo, un amante degli ebrei, e persino un comunista.

Anche se Titus non rispose o reagì a queste accuse, continuò a tenere conferenze accuratamente formulate per criticare l’ideologia nazista. Era sufficiente per lui dire la verità e permettere che fosse accettata da un pubblico di persone coscienziose.
Parlò spesso della distorsione nazista della razza ariana, il Volk, come un quasi sostituto di Dio. Qualsiasi tipo di attività criminale poteva essere giustificata se era radicata nel perseguimento della perfetta purezza razziale, con Adolf Hitler come profeta.

Il 16 luglio del 1939 predicò in onore dei santi Bonifacio e Villibrordo. Sottolineò come il vecchio paganesimo germanico che si basava sulle grandi potenze non era così serio come il neopaganesimo dei nazisti. Pretendere che la distruzione dei propri nemici fosse una forma di alta civiltà non aveva nulla a che fare con la cultura nordica o con la secolare tradizione e spiritualità cristiana. Il valore della persona umana era fondamentale agli occhi di Dio. “Vedi come questi cristiani si amano”.

In ogni momento in cui raccontava la verità, Titus veniva registrato da meticolosi agenti del Servizio di Sicurezza delle SS di Hitler. Anche prima dello scoppio della guerra o dell’invasione dei Paesi Bassi, Titus era ben noto agli agenti i quali aggiungevano i loro rapporto ad un dossier sempre più fitto sulle sue attvità. Titus raccontò ad alcuni amici che c’erano due giovani che frequentavano le sue lezioni all’Università, ma non erano iscritti come studenti. Prendevano appuntti dettagliati su qualsiasi cosa dicesse, ma non facevano mai domande e mai sostennero degli esami.
Dopo l’invasione dell’Olanda nel maggio del 1940, gli amministratori nazisti presero il controllo del governo civile e lentamente modellarono i vari pezzi della vita olandese al fine di rispecchiare l’ideologia nazista. I punti di conflitto tra Titus e le forze di occupazione divennero chiari. Mentre l’NSB cercava di stringere la presa sulla vita ordinaria, Titus elaborava piani per proteggere gli studenti ebrei, mantenere la libertà delle scuole cattoliche e rafforzare la stampa cattolica.

Fu il suo instancabile lavoro in difesa dei giornalisti cattolici a nome dei vescovi che alla fine lo fece entrare in conflitto con i nazisti. Il suo ferreo rifiuto di permettere alle “fake news” di contaminare l’integrità dei giornali cattolici segnò un punto di non ritorno. La sua sorte era già stata decisa a Berlino. Titus era troppo intelligente e metodico per essere convinto ad accettare la propaganda.
Era troppo coraggioso e testardo per essere influenzato da minacce e intimidazioni. Alle autorità non rimaneva altro che il suo arresto e la sua morte. E così fu.

Scarica l'opuscolo 10. Lo Scontro di idee  pdf qui (4.41 MB)

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In quanto professore universitario specializzato in filosofia, Titus Brandsma era profondamente consapevole delle idee e della propaganda che circolavano nella vicina Germania durante gli anni ’30.

TitusBrandsma Nijmegen 450A Gesù con Maria

La Vergine Maria è sempre stata una presenza di particolare importanza per Titus Brandsma. Da ragazzino Titus praticò varie forme di devozione mariana, compreso il rosario, che la famiglia Brandsma si riuniva a pregare ogni giorno. Questa preghiera mariana ha accompagnato Titus per tutta la vita e anche quando in carcere gli venne tolto il suo rosario, egli si ingegnò a confezionarne un altro.
Inoltre, Titus aveva pienamente abbracciato l’idea che è attraverso Maria che giungiamo a Gesù. Con Maria, quale madre e sorella, Titus seguì Gesù nel suo cammino verso il Padre celeste.

L’anima mia magnifica il Signore

Titus entrò in noviziato al Carmelo mosso dal desiderio di una più intensa vita di preghiera e anche a motivo della profonda devozione mariana dell’Ordine.
Nell’immaginetta ricordo della sua ordinazione Titus riporta le parole di Maria nel suo Magnificat: L’anima mia magnifica il Signore. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente (Lc 1, 46.49).
Durante gli anni trascorsi a Roma (1905-1909) Titus visitò le catacombe e gli restò molto impressa l’antica immagine della Vergine detta ‘L’Orante’. Vi vedeva infatti l’immagine della Chiesa in preghiera e quella di Maria che canta il suo Magnificat.
In una rivista mariana, che Titus contribuì ad ideare chiamandola Carmelrozen, pubblicò dozzine di articoli da lui scritti proprio per suscitare nei lettori un amore sempre più profondo verso Maria; ha scritto sulle diverse forme di venerazione della Vergine, sulle sue feste e rappresentazioni artistiche, sulla dottrina mariana del Magistero e dei Concili.

La maternità divina di Maria

Titus attribuiva un’importanza particolare al Concilio di Efeso (431) che sancì il dogma di Maria Theotokos (Madre di Dio). Meditando sulla divina maternità di Maria, Titus scriveva:

In Maria abbiamo l’immagine più bella della nostra unione con Dio. Quale sposa dello Spirito Santo, ella insegna anche a noi come poter essere - se non in pienezza di grazia, comunque in un senso più ampio- spose di Dio, affinché egli nasca in noi, e in noi si unisca alla natura umana, la nostra natura umana.

Sotto il benefico influsso dello Spirito Santo dobbiamo nascere a vita nuova con Dio, che vive in noi più di quanto noi viviamo in noi stessi. Coltivare la propria devozione per Maria significa imparare ad imitare gli atteggiamenti della sua vita.
Anche noi, infatti, siamo chiamati a diventare come Maria: portatori della vita divina.
Seguendo il suo esempio, dovremmo essere altre Maria. Dovremmo permettere a Maria di vivere in noi.
La presenza di Maria non dovrebbe mai essere estranea al Carmelitano, anzi, la vita del Carmelitano dovrebbe somigliare a quella di Maria a tal segno che egli viva con, in, mediante e per Maria.

Maria, speranza di tutti i carmelitani

Nel 1939, Titus scrisse una Via Crucis per un pellegrinaggio. Ecco la preghiera che corredò alla nona stazione, quando Gesù cade per la terza volta:

O Maria, che con materna ammirazione e compassione hai visto le ultime fatiche del tuo Figlio, aiutami a farne memoria quando il compimento della mia missione diventa troppo pesante.

Forse era questa la preghiera che animava Titus quando nel gennaio del 1942 venne arrestato e mandato nel carcere di Scheveningen. Lì Titus trasforma la propria cella in una cella carmelitana, con una immagine di Cristo e una di Maria:

Nel volume del breviario che usiamo in questo tempo e che fortunatamente mi è stato lasciato, c’è la bella immagine della Vergine del Carmelo. Quindi ho appoggiato il breviario aperto sulla mensola ad angolo che si trova a sinistra del letto. Quando sono seduto al tavolino, basta che sposto lo sguardo leggermente a destra e riesco a vederla. Quando sono disteso a letto, i miei occhi sono subito catturati dalla Madonna con la stella, Speranza di tutti i Carmelitani.

Con gli occhi del cuore fissi su Maria e con Gesù al suo fianco, Titus è andato avanti nella sua Via Crucis, avanzando da Scheveningen a Dachau, dove morì il 26 luglio 1942. Che il suo esempio ci ispiri a vivere una vita cristiana e mariana.

Scarica l'opuscolo 9. Una Vita Mariana  pdf qui (4.24 MB)

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La Vergine Maria è sempre stata una presenza di particolare importanza per Titus Brandsma. Con Maria, quale madre e sorella, Titus seguì Gesù nel suo cammino verso il Padre celeste.

TitusBrandsma Nijmegen 450‘O Gesù, quando io ti guardo’

La poesia ‘O Gesù’, che Titus Brandsma ha scritto - e che è stata contrabbandata fuori dalla prigione - è un conforto per molte persone.

La stesura

Titus scrisse la poesia in due giorni, il 12 e 13 febbraio 1942, nella prigione di Scheveningen, istituita per i prigionieri politici. La poesia si pone ‘davanti all’immagine di Gesù’. Nella sua cella, Titus aveva fissato sul suo tavolino pieghevole tre piccole immaginette del suo breviario: l’immagine di Cristo sulla croce, con le ferite del Sacro Cuore; Santa Teresa con il suo motto Mori aut pati (o morire o soffrire); e San Giovanni della Croce con il suo Pati et contemni (soffrire ed essere disprezzato).

L'intestazione

La riga di apertura evoca l’atmosfera di un’attenzione contemplativa. Seduto in silenzio ‘davanti all’immagine di Gesù’, Titus Brandsma mantiene il suo sguardo amoroso rivolto a Gesù sulla croce. Il lamento ‘O Gesù’ esprime l’intimità della sua concentrazione.

Allora rivivo, e... e...

Titus mette in preghiera ciò che sta accadendo mentre contempla: ‘Allora rivivo ...’ La devozione ci fa “uscire dalla tiepidezza“ e “risveglia l’amore”. Nella sua descrizione del movimento d’amore proveniente da Titus e del contro movimento proveniente da Gesù, Titus descrive non solo l’amore reciproco che sperimenta ma, ancor più, un’amicizia speciale. I buoni amici dovrebbero prendersi cura l’uno dell’altro in modo che il valore dell’amicizia non vada perduto; in quel ‘O, Gesù’ la natura speciale dell’amicizia nasce dalla sofferenza condivisa.

Sofferenza condivisa nell'amicizia

L’amico chiede il coraggio di soffrire, l’ ‘amico speciale’ chiede il coraggio ‘di soffrire di più’, certamente quando si tratta dell’amicizia con Gesù che porta la sofferenza dell’umanità. Chi soffre con l’amico, è con lui. Così, i discepoli di Gesù, sono ‘simile a Te’, a Lui, che li ha preceduti sulla ‘via’ della ‘sofferenza’, nella solidarietà della sofferenza che conduce al ‘Tuo Regno’ di pace. Gli amici desiderano assomigliarsi l’un l’altro, non vogliono vedere il proprio amico stare lì tutto solo, vogliono condividere la sua sorte. Con questo spirito, Titus dice: ‘Oh, ogni sofferenza mi è buona’. Gli amici sopportano l’uno la sofferenza dell’altro, per cui ‘ogni sofferenza’, che di per sé è un male, ‘mi è buona’ come ‘amico’, quello speciale.

L'unione con Dio

Titus intende forse una glorificazione della sofferenza? No, qui è all’opera una logica spirituale: la sofferenza condivisa nell’amicizia è la via del bene; la beatitudine è l’ultima fioritura del bene; questa è l’unione con Dio. ‘L’amico sa che il suo amico ha preso sul serio la sua sofferenza. Non appartiene più solo a lui. Tuttavia, ciò che è più importante qui è il fine ultimo del cammino: l’unione con Dio. Questo è il cuore di ogni devozione.
La sofferenza va oltre la consapevolezza di se stesso e può - come nell’estasi - solamente gridare: ‘o Dio’.

Oh, lasciatemi solo, qui

Titus annota nella sua poesia che in prigione può fare molto ‘freddo’ durante l’inverno. Ma questo non gli importa: ‘lasciatemi qui’, qui ‘davanti all’immagine di Gesù’. A questo punto della poesia comincia a risuonare il motivo ‘con me’. La solitudine serve all’interiorizzazione della beatitudine ricevuta nella sofferenza condivisa nell’amicizia. Il ‘qui solo’ non lo fa diventare ‘stanco’.

La tua presenza mi rende buona ogni cosa

La solitudine è il luogo dove Titus può entrare nella beatitudine della sofferenza condivisa nell’amicizia. Per Titus, il significato di ‘Gesù con me’ e ‘mai così vicino a Te’ sta nella sofferenza condivisa nell’amicizia come una via verso il Regno di Gesù, che conduce all’unione con Dio e che raggiunge il culmine negli ultimi due versi: ‘Resta con me, con me, dolce Gesù, / La tua presenza mi rende buona ogni cosa’. La dura detenzione definisce il corso degli eventi ’in carcere’, ma in quel ’qui’, nella cella di Titus ‘davanti all’immagine di Gesù’, la sua crudele influenza, non ha alcun potere su Titus con Gesù.

Scarica l'opuscolo 8. ‘O Gesù, quando io ti guardo’   pdf qui (3.55 MB)

annunciation02 150

La poesia ‘O Gesù’, che Titus Brandsma ha scritto - e che è stata contrabbandata fuori dalla prigione - è un conforto per molte persone.

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