«Per una transizione giusta dai combustibili fossili»
Dal dominio del carbonio all'esperienza della comunione
Eduardo Agosta Scarel, O. Carm.
Direttore del Dipartimento di Ecologia Integrale, CEE
Vicepresidente dell'ONG Carmelitana
Immaginiamo per un attimo che la casa dove siete cresciuti, quella che custodisce i vostri ricordi più sacri, inizi a creparsi. Non sono solo macchie sul muro, ma sono le fondamenta che cedono.
Questa è l'immagine che Papa Francesco ci ha messo davanti agli occhi nell'esortazione apostolica Laudate Deum (LD) del 2023, quando ha avvertito: «il mondo che ci accoglie sta crollando e forse si avvicina a un punto di rottura» (LD 2).
Non stiamo più parlando di un cambiamento climatico lontano o di fredde statistiche; stiamo parlando di un sistema in netto deterioramento che mina la sostenibilità della vita così come l'abbiamo conosciuta. Per decenni, la nostra economia ha funzionato come se i beni della terra (alcuni li chiamano «risorse») fossero infiniti, intrappolata in quello che la Chiesa chiama il paradigma tecnocratico (Laudato Si’ (LS), 101), credendo che il potere e il consumo senza limiti siano l'unica strada.
Ma la Chiesa, illuminata dalla Laudato Si’, ci dice che la fede non può essere indifferente al tipo di energia che muove il nostro mondo. I combustibili fossili, cioè il carbone, il petrolio e il gas, che un tempo erano il motore di un’era, oggi sono la catena che ci lega alla distruzione della casa comune.
Papa Francesco è stato chiaro: «la tecnologia basata sui combustibili fossili altamente inquinanti – soprattutto il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas – deve essere sostituita progressivamente e senza indugio (LS 165)». La frase è importante: «senza indugio». Non è un suggerimento per il prossimo secolo; è un imperativo morale per oggi. Perché? Perché ogni grado di temperatura in più è un colpo diretto ai più poveri, a quelli che non hanno l'aria condizionata per il caldo estremo, né muri contro le inondazioni, né raccolti sufficienti per nutrirsi.
È qui che la nostra risposta come Chiesa deve diventare profetica, come quella degli antichi profeti ebrei, Geremia, Gioele, o anche quella di Gesù stesso. Non cerchiamo semplicemente di sostituire un barile di petrolio con centinaia di pannelli solari. Sarebbe solo una misura cosmetica. Cerchiamo una transizione che sia giusta.
Cosa significa questo? Significa una trasformazione integrale che superi il mero interesse economico e metta al centro la dignità umana, la solidarietà globale e la cura della casa comune. Significa, in primo luogo, chiedere l'abbandono urgente dei combustibili fossili e una sensibile riduzione del consumo energetico da parte delle nazioni più ricche, che devono assumersi la loro responsabilità storica con azioni concrete, come la cancellazione del debito estero insostenibile di alcuni paesi del Sud del mondo.
Tuttavia, affinché questa richiesta non rimanga intrappolata in promesse vuote, abbiamo bisogno di un quadro internazionale diverso. Laudate Deum ci esorta a configurare un «nuovo multilateralismo» (LD 37-43) che riesca a superare la parsimonia, i blocchi e la mancanza di meccanismi vincolanti dell'attuale sistema di negoziazione dell'ONU.
È in questo contesto che si erge come un traguardo promettente la prossima Conferenza di Santa Marta, in Colombia (24-29 aprile 2026), la prima conferenza internazionale incentrata specificamente sulla transizione dai combustibili fossili. Questo incontro tra paesi segna l'inizio del dialogo per tracciare una tabella di marcia reale ed efficace verso l'eliminazione dei combustibili fossili, guidata da una diplomazia morale e civile che dimostra che è possibile un altro tipo di governance globale, più agile e impegnata per il bene comune.
In secondo luogo, significa proteggere le popolazioni vulnerabili e i lavoratori colpiti, garantendo, ad esempio, programmi di riqualificazione professionale e sussidi di disoccupazione per coloro che oggi dipendono dall'industria petrolifera o carbonifera. Inoltre, significa che questa transizione non deve cadere in un “nuovo estrattivismo”, quindi bisogna rifiutare l'idea che l'estrazione di materiali per pannelli solari o batterie ripeta lo storico spoliazione di terre e comunità. Invece, la transizione energetica giusta implica l'obbligo di promuovere una governance partecipativa sia nelle decisioni di produzione che di distribuzione e consumo, come, ad esempio, la creazione di comunità energetiche locali in cui i cittadini assumono in prima persona il processo di cambiamento.
Infine, significa anche una profonda coerenza etica e finanziaria, esemplificata dal progressivo disinvestimento delle istituzioni e degli individui cattolici nelle imprese di combustibili fossili o di mega-estrazione mineraria, accompagnato da un'intensa educazione climatica (e non da “negazione climatica”) che promuova nuovi stili di vita sostenibili e garantisca che le nuove infrastrutture di produzione proteggano gelosamente la biodiversità.
In breve, significa che il «grido della terra» e il «grido dei poveri» (LS 49) sono, in realtà, un unico grido che ci chiede un approccio integrale alla transizione ecologica, una profonda trasformazione che superi il paradigma tecnocratico che tende a riporre fiducia in false soluzioni tecniche e non mette in discussione la moralità delle azioni. In Laudate Deum, la Chiesa ci chiede che questa transizione sia «obbligatoria e monitorabile» (LD 59), perché la buona volontà non basta più; abbiamo bisogno di strutture giuste che garantiscano il rispetto dei diritti umani fondamentali e dell'ambiente naturale che li sostiene, attraverso buone pratiche di produzione, distribuzione e consumo, la partecipazione democratica e profondi cambiamenti negli stili di vita di consumo eccessivo e di scarto.
In definitiva, «non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti culturali […] e non ci sono cambiamenti culturali senza cambiamenti nelle persone» (LD 70). L'abbandono dei combustibili fossili non è solo una sfida tecnica per gli ingegneri; è una sfida morale per noi.
Come Chiesa, la nostra missione sociale è annunciare il Vangelo e, a partire da esso, promuovere la dignità umana, il bene comune e la giustizia nelle strutture sociali, economiche e politiche. Se proclamiamo la vita come dono del Creatore, non possiamo finanziare la morte né essere indifferenti alla sofferenza che provochiamo.
In materia di energia, se predichiamo la giustizia, dobbiamo promuovere lo sviluppo di nuove tecnologie basate su energie pulite che, allo stesso tempo, consentano alle comunità più povere di accedervi.
Passiamo da un'economia incentrata sull'estrazione a un'economia incentrata sulla cura, che mette al centro l'essere umano. Passiamo dal carbonio alla comunione. Perché, alla fine dei conti, prendersi cura del creato non è una “scelta verde”, ma un atto d'amore verso il Creatore e verso ogni essere umano che abita questa casa comune.




















