O.Carm
9. Una Vita Mariana
A Gesù con Maria
La Vergine Maria è sempre stata una presenza di particolare importanza per Titus Brandsma. Da ragazzino Titus praticò varie forme di devozione mariana, compreso il rosario, che la famiglia Brandsma si riuniva a pregare ogni giorno. Questa preghiera mariana ha accompagnato Titus per tutta la vita e anche quando in carcere gli venne tolto il suo rosario, egli si ingegnò a confezionarne un altro.
Inoltre, Titus aveva pienamente abbracciato l’idea che è attraverso Maria che giungiamo a Gesù. Con Maria, quale madre e sorella, Titus seguì Gesù nel suo cammino verso il Padre celeste.
L’anima mia magnifica il Signore
Titus entrò in noviziato al Carmelo mosso dal desiderio di una più intensa vita di preghiera e anche a motivo della profonda devozione mariana dell’Ordine.
Nell’immaginetta ricordo della sua ordinazione Titus riporta le parole di Maria nel suo Magnificat: L’anima mia magnifica il Signore. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente (Lc 1, 46.49).
Durante gli anni trascorsi a Roma (1905-1909) Titus visitò le catacombe e gli restò molto impressa l’antica immagine della Vergine detta ‘L’Orante’. Vi vedeva infatti l’immagine della Chiesa in preghiera e quella di Maria che canta il suo Magnificat.
In una rivista mariana, che Titus contribuì ad ideare chiamandola Carmelrozen, pubblicò dozzine di articoli da lui scritti proprio per suscitare nei lettori un amore sempre più profondo verso Maria; ha scritto sulle diverse forme di venerazione della Vergine, sulle sue feste e rappresentazioni artistiche, sulla dottrina mariana del Magistero e dei Concili.
La maternità divina di Maria
Titus attribuiva un’importanza particolare al Concilio di Efeso (431) che sancì il dogma di Maria Theotokos (Madre di Dio). Meditando sulla divina maternità di Maria, Titus scriveva:
In Maria abbiamo l’immagine più bella della nostra unione con Dio. Quale sposa dello Spirito Santo, ella insegna anche a noi come poter essere - se non in pienezza di grazia, comunque in un senso più ampio- spose di Dio, affinché egli nasca in noi, e in noi si unisca alla natura umana, la nostra natura umana.
Sotto il benefico influsso dello Spirito Santo dobbiamo nascere a vita nuova con Dio, che vive in noi più di quanto noi viviamo in noi stessi. Coltivare la propria devozione per Maria significa imparare ad imitare gli atteggiamenti della sua vita.
Anche noi, infatti, siamo chiamati a diventare come Maria: portatori della vita divina.
Seguendo il suo esempio, dovremmo essere altre Maria. Dovremmo permettere a Maria di vivere in noi.
La presenza di Maria non dovrebbe mai essere estranea al Carmelitano, anzi, la vita del Carmelitano dovrebbe somigliare a quella di Maria a tal segno che egli viva con, in, mediante e per Maria.
Maria, speranza di tutti i carmelitani
Nel 1939, Titus scrisse una Via Crucis per un pellegrinaggio. Ecco la preghiera che corredò alla nona stazione, quando Gesù cade per la terza volta:
O Maria, che con materna ammirazione e compassione hai visto le ultime fatiche del tuo Figlio, aiutami a farne memoria quando il compimento della mia missione diventa troppo pesante.
Forse era questa la preghiera che animava Titus quando nel gennaio del 1942 venne arrestato e mandato nel carcere di Scheveningen. Lì Titus trasforma la propria cella in una cella carmelitana, con una immagine di Cristo e una di Maria:
Nel volume del breviario che usiamo in questo tempo e che fortunatamente mi è stato lasciato, c’è la bella immagine della Vergine del Carmelo. Quindi ho appoggiato il breviario aperto sulla mensola ad angolo che si trova a sinistra del letto. Quando sono seduto al tavolino, basta che sposto lo sguardo leggermente a destra e riesco a vederla. Quando sono disteso a letto, i miei occhi sono subito catturati dalla Madonna con la stella, Speranza di tutti i Carmelitani.
Con gli occhi del cuore fissi su Maria e con Gesù al suo fianco, Titus è andato avanti nella sua Via Crucis, avanzando da Scheveningen a Dachau, dove morì il 26 luglio 1942. Che il suo esempio ci ispiri a vivere una vita cristiana e mariana.
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9. Una Vita Mariana

La Vergine Maria è sempre stata una presenza di particolare importanza per Titus Brandsma. Con Maria, quale madre e sorella, Titus seguì Gesù nel suo cammino verso il Padre celeste.
8. ‘O Gesù, quando io ti guardo’
‘O Gesù, quando io ti guardo’
La poesia ‘O Gesù’, che Titus Brandsma ha scritto - e che è stata contrabbandata fuori dalla prigione - è un conforto per molte persone.
La stesura
Titus scrisse la poesia in due giorni, il 12 e 13 febbraio 1942, nella prigione di Scheveningen, istituita per i prigionieri politici. La poesia si pone ‘davanti all’immagine di Gesù’. Nella sua cella, Titus aveva fissato sul suo tavolino pieghevole tre piccole immaginette del suo breviario: l’immagine di Cristo sulla croce, con le ferite del Sacro Cuore; Santa Teresa con il suo motto Mori aut pati (o morire o soffrire); e San Giovanni della Croce con il suo Pati et contemni (soffrire ed essere disprezzato).
L'intestazione
La riga di apertura evoca l’atmosfera di un’attenzione contemplativa. Seduto in silenzio ‘davanti all’immagine di Gesù’, Titus Brandsma mantiene il suo sguardo amoroso rivolto a Gesù sulla croce. Il lamento ‘O Gesù’ esprime l’intimità della sua concentrazione.
Allora rivivo, e... e...
Titus mette in preghiera ciò che sta accadendo mentre contempla: ‘Allora rivivo ...’ La devozione ci fa “uscire dalla tiepidezza“ e “risveglia l’amore”. Nella sua descrizione del movimento d’amore proveniente da Titus e del contro movimento proveniente da Gesù, Titus descrive non solo l’amore reciproco che sperimenta ma, ancor più, un’amicizia speciale. I buoni amici dovrebbero prendersi cura l’uno dell’altro in modo che il valore dell’amicizia non vada perduto; in quel ‘O, Gesù’ la natura speciale dell’amicizia nasce dalla sofferenza condivisa.
Sofferenza condivisa nell'amicizia
L’amico chiede il coraggio di soffrire, l’ ‘amico speciale’ chiede il coraggio ‘di soffrire di più’, certamente quando si tratta dell’amicizia con Gesù che porta la sofferenza dell’umanità. Chi soffre con l’amico, è con lui. Così, i discepoli di Gesù, sono ‘simile a Te’, a Lui, che li ha preceduti sulla ‘via’ della ‘sofferenza’, nella solidarietà della sofferenza che conduce al ‘Tuo Regno’ di pace. Gli amici desiderano assomigliarsi l’un l’altro, non vogliono vedere il proprio amico stare lì tutto solo, vogliono condividere la sua sorte. Con questo spirito, Titus dice: ‘Oh, ogni sofferenza mi è buona’. Gli amici sopportano l’uno la sofferenza dell’altro, per cui ‘ogni sofferenza’, che di per sé è un male, ‘mi è buona’ come ‘amico’, quello speciale.
L'unione con Dio
Titus intende forse una glorificazione della sofferenza? No, qui è all’opera una logica spirituale: la sofferenza condivisa nell’amicizia è la via del bene; la beatitudine è l’ultima fioritura del bene; questa è l’unione con Dio. ‘L’amico sa che il suo amico ha preso sul serio la sua sofferenza. Non appartiene più solo a lui. Tuttavia, ciò che è più importante qui è il fine ultimo del cammino: l’unione con Dio. Questo è il cuore di ogni devozione.
La sofferenza va oltre la consapevolezza di se stesso e può - come nell’estasi - solamente gridare: ‘o Dio’.
Oh, lasciatemi solo, qui
Titus annota nella sua poesia che in prigione può fare molto ‘freddo’ durante l’inverno. Ma questo non gli importa: ‘lasciatemi qui’, qui ‘davanti all’immagine di Gesù’. A questo punto della poesia comincia a risuonare il motivo ‘con me’. La solitudine serve all’interiorizzazione della beatitudine ricevuta nella sofferenza condivisa nell’amicizia. Il ‘qui solo’ non lo fa diventare ‘stanco’.
La tua presenza mi rende buona ogni cosa
La solitudine è il luogo dove Titus può entrare nella beatitudine della sofferenza condivisa nell’amicizia. Per Titus, il significato di ‘Gesù con me’ e ‘mai così vicino a Te’ sta nella sofferenza condivisa nell’amicizia come una via verso il Regno di Gesù, che conduce all’unione con Dio e che raggiunge il culmine negli ultimi due versi: ‘Resta con me, con me, dolce Gesù, / La tua presenza mi rende buona ogni cosa’. La dura detenzione definisce il corso degli eventi ’in carcere’, ma in quel ’qui’, nella cella di Titus ‘davanti all’immagine di Gesù’, la sua crudele influenza, non ha alcun potere su Titus con Gesù.
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8. ‘O Gesù, quando io ti guardo’

La poesia ‘O Gesù’, che Titus Brandsma ha scritto - e che è stata contrabbandata fuori dalla prigione - è un conforto per molte persone.
Celebrando In Casa - Quinta Domenica di Pasqua
Addio, gloria e discepolato d'amore
(Giovanni 13:31-35)
Queste parole, pronunciate durante l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli, danno inizio a ciò che nel Vangelo di Giovanni (13,31-17,26) è chiamato il discorso dell'addio. Esse sono le ultime parole di Gesù ai suoi discepoli prima della sua morte.
Nel rassicurare e nel confortare, Gesù sviluppa vari temi che sono stati introdotti in precedenza nel suo ministero, tra cui in particolare la gloria, l’inabitazione reciproca e l’amore. Il punto principale è l’esperienza della vita in Dio che i discepoli hanno e continueranno ad avere. La relazione tra il Padre e il Figlio, che è stata rivelata nei primi dodici capitoli del Vangelo, Gesù ora dichiara che si realizza nei discepoli.
La relazione tra il Padre e il Figlio, che è stata rivelata nei primi dodici capitoli del Vangelo, Gesù ora dichiara che si realizza nei discepoli.
La relazione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito è descritta più dettagliatamente qui, che in qualsiasi altro passo della Bibbia. Infatti, in questi capitoli c’è il più profondo insegnamento su Dio e sul discepolato.
La prima parte del Vangelo letto per questa domenica è un po’ confusa se non comprendiamo che la ‘gloria’ nella tradizione biblica ha a che fare con la rivelazione del Dio invisibile. Così, in queste righe c’è un senso di glorificazione reciproca - il Padre si rivela nel Figlio e il Figlio rivela il Padre nella sua morte sulla croce. Il Figlio rivelerà ’amore del Padre in modo più evidente quando darà la sua vita.
Viene utilizzato la forma di un discorso intimo (vedi: ‘Figlioli’) e Gesù comincia delicatamente a preparare i discepoli alla difficile realtà del suo abbandono.
Come Gesù è stato l’amore di Dio in azione nel mondo, così ora devono essere i discepoli. La natura indispensabile del dimorare nell'amore è sottolineata dall'uso del ‘comandamento’. È attraverso il loro amore reciproco che tutti li riconosceranno come discepoli di Colui che ha amato fino a dare la vita.
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Video "In dialogo con Tito Brandsma"
Il seguente video "In dialogo con Tito Brandsma", tratto dal libro "Il coraggio della verità" di P. Fernando Millán Romeral O. Carm, ripercorre alcuni passaggi chiave della vita di Tito, della sua fede e della sua testimonianza, per illuminare la nostra vita di oggi.
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Film su Titus Brandsma in diretta su Rai Storia
La RAI (Radiotelevisione italiana) presenterà il film TV "Le due croci" il sabato, 14 maggio alle ore 17 e il lunedì mattina alle ore 9,30 per un pubblico che desidera approfondire la drammatica e sofferta storia di padre Tito durante la seconda guerra mondiale.
Questo film è disponibile presso la sede delle Edizioni Carmelitane a Roma e in altri centri di comunicazione carmelitani nel mondo al prezzo di euro 15,00 o US$ 15,00. Sarà disponibile per l'acquisto presso il Centro Tito Brandsma durante i giorni di celebrazione per la canonizzazione a Roma, dal 9 al 14 maggio. L'originale è in italiano ma dispone di sottotitoli in inglese e spagnolo.
Lettera alla Famiglia Carmelitana
L'Ufficio delle Comunicazioni pubblica questa lettera del Priore Generale dei Carmelitani sulla canonizzazione del carmelitano Tito Brandsma il 15 maggio. Vi invitiamo a citare la lettera come ritenete opportuno.
Potete trovare ulteriori informazioni su San Tito Brandsma anche sul sito web dell'Ordine: ocarm.org o seguendoci su Twitter: @ocarm_org e su Facebook: @ocarm.org
La Croce é la mia gioia
Cari fratelli e sorelle della Famiglia Carmelitana, Sua Santità il Papa Francesco ha presieduto, lunedì 4 marzo 2022, il Concistoro Ordinario dei Cardinali e ha approvato, con grande gioia di tutta la Famiglia Carmelitana, la canonizzazione del Beato Titus Brandsma, O.Carm. Ha anche stabilito che la data in cui sarà ufficialmente iscritto nell’Albo dei Santi sarà il 15 maggio 2022. Colgo l'occasione per rivolgermi con entusiasmo a tutta la Famiglia Carmelitana.
La testimonianza del p. Titus è stimolante e illuminante non solo per l'Ordine Carmelitano ma anche per la nostra società. Troviamo in lui, in mezzo a questi giorni agitati dallo spettro della guerra, un profeta di speranza e un testimone di pace, mentre guardiamo milioni di persone costrette a lasciare la loro patria a causa della devastazione dell'Ucraina. Oggi siamo anche invitati a guardare le ferite della guerra - a volte indifferentemente dimenticate -che continuano a sanguinare in altre parti del mondo. La Chiesa, in queste circostanze, ha l'opportunità di portare l'enciclica Fratelli tutti al mondo e di farla diventare realtà, scommettendo sulla speranza di un Dio che sogna e crede nella fratellanza universale dei suoi figli. Uniamo le nostre voci a quelle di uomini e donne di buona volontà che, di fronte alla sofferenza degli innocenti, gridano per la pace, la libertà, la difesa della dignità di ogni persona.
Titus, esperto della condizione umana, ci ha insegnato, con il suo sangue versato per amore (cfr.
Mc 14,24), che essere discepoli di Cristo non è solo ammirarlo o sapere molte cose di Lui, ma essere pronti a condividere il suo stesso destino di amore.
1. Testimone della verità.
Il mondo e la Chiesa stessa ci chiedono oggi una chiara e autentica testimonianza di vita. "Il nostro desiderio è che la gente veda ciò che i carmelitani sono chiamati ad essere"1. “Cosa dobbiamo essere?”2- chiedono i nostri santi - "Chi sono io?" è, insomma, la domanda spirituale per eccellenza. L'intensa vita del beato Titus Brandsma ci aiuta a scoprire che quando l' "identità" è intesa solo come condizione per l' "azione", corriamo il rischio di perderci e di non fare mai nulla. L'identità non è solo un'altra condizione per la missione. Identità e missione vanno di pari passo: il carisma è vita, non speculazione. Dobbiamo assumere un'interazione dinamica tra identità e missione, in cui le nostre azioni aiutano a definire la nostra identità e viceversa.3
Il beato Titus ci ricorda che la nostra vita diventa una testimonianza quando è accompagnata dalle opere. Il carmelitano olandese ricorda ai suoi frati: "È meglio essere un ignorante pieno di fede, che essere un uomo saggio senza cuore...Perché solo un uomo che agisce strettamente unito a Dio può essere veramente unito al suo prossimo. Solo chi si nutre di Dio può rendere testimonianza a Dio con le sue opere". In un'altra occasione dirà: "Ciò che abbellisce la nostra vita comune non è tanto diritti e doveri quanto l'aiuto e la misericordia" La Chiesa ha bisogno dei santi di tutti i giorni, quelli che conducono con coerenza la vita ordinaria, i "santi della porta accanto”4 –come piace chiamarli Papa Francesco–; ma anche di coloro che hanno il coraggio di accettare la grazia di essere testimoni fino alla fine, fino alla morte. Tutti loro - tra cui il nostro fratello Titus - sono il sangue vivo della Chiesa.
2. Il Carmelo mi ha affascinato.
Papa Francesco, nel suo messaggio al Capitolo Generale dei Frati del 2019, ha collegato l'autenticità della fedeltà alla propria vocazione, citando il Beato Titus Brandsma nel suo discorso capitolare, ha detto:“È proprio dell’Ordine del Carmelo, benché sia un ordine mendicante di vita attiva e che vive in mezzo alla gente, conservare una grande stima per la solitudine e il distacco dal mondo, considerando la solitudine e la contemplazione come la parte migliore della sua vita spirituale”. Padre Brandsma entrò nel Carmelo attratto dal carisma carmelitano: “La spiritualità del Carmelo, che è una vita di preghiera e di tenera devozione a Maria, mi ha portato alla felice decisione di abbracciare questa vita. Lo spirito del Carmelo mi ha affascinato”. Padre Titus non è un nostalgico del passato, ma attinge al passato del Carmelo, ai mistici e ai modelli di santità, come figure profetiche che hanno molto da dire nel presente. Infatti, fondò all'Università di Nimega l' "Istituto di Mistica", la cui eredità sarà ripresa, decenni dopo, dall'Istituto che porterà il suo nome.
Titus, amico di Dio, crea un ponte in mezzo alla “moltitudine di testimoni” (cf. Eb 12,1) della ricca tradizione spirituale del Carmelo. Sapeva come combinare tradizione e modernità in modo magistrale e integrante. Il beato Titus Brandsma era un uomo aperto e flessibile, con un'enorme capacità di lavoro a cui si donava con generosità e passione. Ha vissuto lo spirito contemplativo del Carmelo in modo equilibrato e armonioso, essendo un uomo di preghiera, fraterno e profetico in mezzo al popolo. Che sia questa forse la chiave per comprendere la sua personalità versatile nella diversità dei suoi compiti: rettore dell'Università Cattolica di Nimega, professore, conferenziere, traduttore e studioso, fondatore di scuole, promotore del movimento ecumenico, giornalista professionista e delegato dell'episcopato olandese per la stampa, oltre a condurre un'intensa vita apostolica (assistere gli emigranti italiani o scrivere le lettere di una ragazza analfabeta alla sua famiglia). Si distinse per il suo spirito fraterno, l'umanità compassionevole e la tenerezza verso chi lo circondava (studenti, colleghi, amici, ecc.), facendo del dialogo il nuovo nome della carità. Nel Beato Titus - come ci ha ricordato Papa Francesco - contemplazione e compassione si sono incontrate in modo naturale, senza ridurre "la spiritualità a pseudomistica o solidarietà del fine settimana" o cadere nella tentazione di rendere invisibili i poveri perché non ci interpellino.
3. Mistico nel quotidiano.
Titus era un mistico nel senso più vero della parola: il credente che vive la presenza dell'amore di Dio in mezzo alle circostanze della vita, dalla più ordinaria alla più eroica del suo martirio. Spicca la sua profonda spiritualità, non solo teorica - era un esperto riconosciuto del misticismo renano-fiammingo, la devotio moderna e un grande conoscitore dell'opera e della dottrina di Santa Teresa di Gesù, di cui era un fervido ammiratore - ma esperienziale. Titus considerava che le grandi azioni di Dio di solito sono silenziose. Per questo fu così discreto nel parlare della sua vita interiore, anche se divenne visibile nei momenti più drammatici, soprattutto nei campi di concentramento dove fu internato. L'esperienza mistica - secondo lui - non è per un'élite o un gruppo selezionato. Riferendosi al mistico carmelitano francese del XVII secolo, il venerabile Giovanni di San Sansone, in una conferenza che tenne negli Stati Uniti, affermò: “[Giovanni di San Sansone] rifiutava, categoricamente, l'idea che la vita mistica - che non consiste essenzialmente né in visioni né in apparizioni, né in stigmate né in levitazioni, ma nel vedere Dio davanti a noi e in noi - non fosse per tutti e ciascuno di noi". Titus apprezzava la testimonianza di coloro che nella tradizione carmelitana approfondivano la persona come "Dio per partecipazione"5
P. Titus ha sottolineato che il vero mistico non è un essere tagliato fuori dalla realtà, né si ritira in una bolla asettica e insensibile, ma che la sua profonda relazione personale con Dio (cf. 1 Re 17,1) lo rende aperto ai bisogni, ai drammi e alle domande degli uomini e delle donne del suo tempo. "La preghiera - secondo il nostro carmelitano - è vita, non un'oasi nel deserto della vita". Non sarà solo un accademico e professore di spiritualità, ma riuscirà a fare della sua vita una perfetta simbiosi tra preghiera e lavoro. La mistica, dunque, si incarna profondamente nel mondo e in ogni essere umano, che è un'immagine della presenza di Dio (cf. Sal 8,5; Eb 2,7).
Che abbia vissuto la vita mistica nella quotidianità è confermato, con grande senso dell'umorismo, dal famoso scrittore olandese Godfried Bomans, che conosceva molto bene il suo spirito itinerante e instancabile, quando disse: "Brandsma era l'unico mistico in Europa che aveva un abbonamento di trasporto e viveva la sua santità nel vagone di un treno".
4. “Beati gli operatori di pace …”(Mt 5,9).
Titus si è distinto per essere un artigiano della pace. In una delle sue più famose conferenze (Deventer, 1931) sottolineò con forza che lavorare per la pace non è solo il compito dei governanti o dei politici. Ha insistito sul fatto che siamo tutti corresponsabili e possiamo fare di più per la pace. Il pensiero di Titus Brandsma è lontano dal pessimismo antropologico che si rassegnava a credere nell'adagio "si vis pacem, para bellum" (se vuoi la pace, preparati alla guerra).Ha resistito all'idea che una guerra debba necessariamente seguirne un'altra. Nella storia dell'umanità – sottolinearà Brandsma – non sono mai mancati "araldi" che hanno annunciato e lavorato per la pace. Ha assunto con decisione il suo riferimento a Cristo come "Re della pace" e "messaggero della pace"... Lo "shalom" biblico - annota - non è solo un buon augurio o l'assenza di difficoltà. La pace del Cristo risorto non è un fragile accordo superficiale, ma un profondo sentimento di riconciliazione, mansuetudine, amore, longanimità, pazienza, fiducia... che trasforma le realtà sociali, politiche ed economiche. Titus avverte coraggiosamente che se non c'è una vera conversione, che metta la pace al centro del cuore di ogni uomo e di ogni donna, e quindi nell'anima delle società, lo scoppio di una nuova guerra è solo una questione di tempo (come è stato e, purtroppo, è ancora).
Titus ha previsto che una sorta di "egoismo collettivo" porterà le nazioni a cercare solo il proprio bene, anche se questo significhi calpestare i diritti degli altri. Cristo, invece, non costruisce muri e non pone frontiere che dividono (cf. Ef 2,14-15). “La pace è possibile” –insisteva– e rifiutò l'idea, facilmente manipolabile da certe ideologie, che la guerra e la violenza siano inevitabili perché inerenti alla condizione umana. Infatti, in diverse occasioni ha riflettuto sulla responsabilità della stampa cattolica nella società moderna di promuovere la pace, denunciando la corsa agli armamenti, la xenofobia e l'esaltazione della nazione e della razza.
Non dimentichiamo che Titus fu catturato per aver difeso l'indipendenza dei media cattolici opponendosi alla pubblicazione della propaganda nazionalsocialista da parte della stampa cattolica. Questa è una meravigliosa testimonianza nella cosiddetta "era della post-verità", ove le "fake news" dilagano, manipolando l'opinione pubblica. Titus resiste coraggiosamente a condividere il pensiero di coloro che considerano che "la prima vittima della guerra è la verità", e annuncerà che solo la verità può renderci liberi (cf. Gv 8,31): “Dopo le chiese, la stampa è il miglior pulpito per predicare la verità, e non solo per rispondere a coloro che ci attaccano, ma per proclamare la verità giorno dopo giorno... La stampa è la forza della parola contro la violenza delle armi... È la forza della nostra lotta per la verità”.
Per Brandsma, la stampa non è uno strumento di combattimento al servizio di un'ideologia o di un potere, ma uno strumento di incontro, di dialogo, di ricerca onesta e sincera della verità. Il giornalismo è un compito che richiede un certo atteggiamento interiore. Papa Giovanni Paolo II seppe coglierlo molto bene quando, in un discorso a una rappresentanza di giornalisti italiani e stranieri del febbraio 1986, ha sottolineato questo aspetto mistico e spirituale della figura di Titus Brandsma: “Il rispetto della verità richiede un impegno serio, uno sforzo accurato e scrupoloso di ricerca, di verifica, di valutazione... Viene, qui, spontaneo, il richiamo all’eroica figura del sacerdote carmelitano Tito Brandsma, che ho avuto la gioia di ascrivere tra i beati. Valoroso giornalista, internato e ucciso in un campo di morte per la sua strenua difesa della stampa cattolica, egli resta il martire della libertà di espressione contro la tirannide della dittatura…”
5. La forza dei piccoli e di quelli che sanno amare.
Amare gli amici è proprio di tutti –scrisse Tertulliano1– ma amare i propri nemici, solo dei cristiani. Per il professor Brandsma, il perdono non era un segno di debolezza, ma un segno eroico di persone di grande spirito e Titus brillò come un vero servitore della riconciliazione. Il vero perdono - avverte - è una decisione soprannaturale che ha le sue radici in Dio stesso, non nelle forze dell'uomo. Non era facile vivere questo spirito di riconciliazione nell'Europa febbrile e convulsa in cui gli toccò vivere. Il cristiano - secondo Brandsma - non può sottomettersi al fatalismo di escludere il perdono dalla vita politica e dalle relazioni internazionali emarginandolo alla sfera privata. Nella sua famosa omelia del 16 luglio 1939 in una Eucarestia in onore di San Bonifacio e San Villibrordo, Titus insistette sul potere trasformante del perdono, in un vero e proprio inno d'amore per il nemico. Le sue parole di denuncia della mentalità guerrafondaia sono state molto dirette: “Viviamo in un mondo che condanna l'amore come una debolezza da superare. Non è l'amore - dicono alcuni - che deve essere coltivato, ma la propria forza: che ognuno sia il più forte possibile, e che il debole perisca.... Vengono a voi con questa dottrina e non mancano gli incauti che l'accettano volentieri...”.
Titus non solo predicava il perdono; egli stesso, con la sua morte, fu, alla fine dei suoi giorni, un ‘sacramento del perdono’. Tizia (lo pseudonimo dell'infermiera che gli iniettò l'acido fenico) racconta che la gentilezza e lo sguardo compassionevole di Tito (cf. Is 53,7) la portarono a sentire la misericordia di Dio e a nascere di nuovo. Il frate carmelitano era consapevole che l'odio non è una forza creatrice: solo l'amore lo è. Nel processo di beatificazione, Tizia ha testimoniato, affermando che: “[Titus] sentì compassione per me…”. “Il suo sguardo non mostrava il minimo odio... Chi lo guardava poteva percepire che c'era qualcosa di soprannaturale in lui”. “Mi consegnò la sua corona del rosario per insegnarmi a pregare. Ho risposto che non sapevo come e quindi non ne avevo bisogno. Mi disse che anche se non sapevo pregare, potevo almeno recitare la seconda parte dell'Ave Maria: ‘Prega per noi, peccatori’ ”. Con Titus, così come con altri prigionieri, si facevano esperimenti in infermeria -dice Tizia - e lui ne era consapevole. A un certo punto esclamò: “Sia fatta la tua volontà, Signore, non la mia !”, impressionando la giovane infermiera. Un suo collega e professore anch’egli all'Università di Nimega, Robert Regout, SJ, ha scritto che “Brandsma era morto come aveva vissuto. Non morì semplicemente. Brandsma era unito a Cristo, imitandolo fino al suo ultimo respiro”.La vita di Tito Brandsma è un altoparlante per la riconciliazione. Già nel carcere, alla fine dei suoi giorni, e con una scrittura tremante, ha lasciato un messaggio commovente e conciliante: “Dio salvi l’Olanda! Dio salvi la Germania! Iddio conceda che questi due popoli camminino di nuovo in pace e libertà e riconoscano la Sua Gloria per il bene di queste due nazioni così vicine!”.
6. “Prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24).
Non c'è amore, dedizione e sacrificio che non comporti la sua dose di croce. Titus si unì a coloro che nel Carmelo professarono un'intima devozione alla croce (S. Giovanni della Croce, S. Maria Maddalena de’ Pazzi, S. Teresa Benedetta dalla Croce, il B. Angelo Paoli, …). Il mistico scopre che se c'è una cosa che caratterizza l'essere umano è la vulnerabilità, cioè la capacità di essere ferito dagli altri; nella sofferenza possiamo renderci conto di quanto amiamo e quanto siamo amati. Titus era un appassionato di Dio e dell'umanità, infatti, come Gesù, era lui stesso trafitto (cf. Gv 19,34) e il mistero della croce si è prolungato nella sua vita di vittima della violenza, del male e dell'ingiustizia. L'aveva già insegnato in precedenza nelle aule universitarie: “Ci sono molte persone che sognano una mistica edulcorata, senza rendersi conto che Dio, che cerca la nostra unione, ha intrapreso un cammino che includeva la morte in croce”. “L'aiuto di Dio è necessario -dirà in un'altra occasione- perché di fronte alla sofferenza non siamo che poveri uomini”. A volte si interrogava : “Mi chiedo se, nella nostra epoca, non ci sia bisogno di uomini e donne che accettino di prendere la sofferenza del mondo sulle loro spalle”.
Colpisce la sua particolare devozione alla contemplazione della Passione di Cristo e la sua difesa della Via Crucis del pittore espressionista belga Albert Servaes, in cui Cristo era raffigurato come un uomo debole, affamato ed esausto. Le autorità ecclesiastiche furono scandalizzate da queste incisioni e proibirono la loro esposizione. Titus, nel mezzo della polemica, lo sostenne, affermando che il corpo sofferente di Cristo si prolunga in ogni persona ferita e percossa.
Anche mentre era in prigione a Scheveningen, il nostro carmelitano scrisse un commento alla Via Crucis per il santuario di San Bonifacio a Dokkum, sua terra natale. Curiosamente, manca l’ultima stazione. Forse p. Titus non ebbe il tempo di scriverlo, perché è stato inviato al campo di smistamento di Amersfoort, e si è perso tra le carte che sono state restituite alla famiglia. O forse, Brandsma stava inconsapevolmente anticipando il suo stesso destino: anche lui non sarebbe stato sepolto in una tomba, ma le sue ceneri sarebbero state mescolate a quelle di tanti prigionieri e sparse nei campi, vicino al Lager di Dachau. Ha condiviso così la sorte di tante persone carbonizzate a Hiroshima e Nagasaki, delle vittime dei Gulag, delle Torri Gemelle di New York, dei genocidi in Ruanda, Cambogia, Bosnia-Erzegovina... e di tante altre vittime della barbarie nelle sue varie forme del XX secolo, alle quali, purtroppo, si cominciano ad aggiungere quelle del XXI secolo.La croce mostra, da un lato, la fragilità umana, l'esistenza del male, il dolore; dall'altro, la forza e la capacità di amare, come riflesso dell'immenso amore di Dio per l'uomo. Amore e dolore vanno sempre insieme. Cosa significa portare la croce? Non si tratta di essere masochisti e testare fino a che punto possiamo sopportare la sofferenza. Sulla croce vediamo la nostra capacità di amare gratuitamente e incondizionatamente e quanto siamo disposti a condividere, accompagnare e confortare il nostro prossimo. In quelle circostanze estreme, il beato Titus fece della misericordia e della compassione il centro della sua predicazione.
7. Mai tanto felice!
Il martire confessa la sua fede fino alle sue ultime conseguenze. Come disse san Giovanni Paolo II nell'omelia della beatificazione di Tito Brandsma: “Certo, un simile eroismo non si improvvisa”, è il frutto di una intensa vita interiore. É la prova che la spiritualità è vera è che è sigillata con il proprio sangue. Il martire è libero di fronte al potere, di fronte al mondo e libero di non amare la propria vita fino a morire (cf. Ap 12,11). Il martirio non è il risultato dello sforzo umano, è un dono di Dio, che ci rende capaci di offrire la nostra vita per amore di Cristo e della Chiesa, e quindi del mondo. (cf. LG 42).
Titus, nel campo di concentramento di Scheveningen, ha mantenuto la fede, e in mezzo all'inferno del Lager, ha scritto la famosa poesia 'Davanti all’immagine di Gesù':
Io sono beato nella mia sofferenza
Perché io so che non soffro più
Ma la più ultima ventura eletta,
Che mi unisce a Te, o Dio. …
Perché Tu, o Gesù, sei con me
Io non sono mai stato così vicino a Te.
Resta con me, con me, dolce Gesù,
La Tua presenza mi rende buona ogni cosa.
Più tardi, ad Amersfoort, il Venerdì Santo, rannicchiato sopra una cassa, nella baracca davanti ai suoi compagni di prigionia, pronunciò l’omelia più sincera e autentica della sua vita, come riporta un testimone nel Summarium: “Ci ha parlato della passione di Cristo e l'ha paragonata alle nostre sofferenze. Ci disse che la nostra permanenza nel campo era analoga a quella di Cristo nella tomba, e che anche noi, come Lui, un giorno saremmo stati liberati dalle tenebre”. Quell'assemblea mezza morta che lo ascoltava (medici, sindacalisti, monarchici, comunisti, ebrei, cristiani e protestanti...) era un tabernacolo vivente, dove, più che altrove, si sentiva la presenza di Cristo.
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Noi carmelitani, in questo momento cruciale della nostra storia, quando l'umanità è ancora alle prese con la guerra, la violenza, le flagranti disuguaglianze e tanti altri mali, continuiamo a confidare pienamente nella misericordia e nella grazia di Dio. Denunciamo, con la forza profetica di Elia, tutto ciò che distrugge l'essere umano: i nostri fratelli e sorelle con i quali condividiamo pienamente il pellegrinaggio della vita, con le sue gioie e speranze, con i suoi dolori e angosce (cf. GS 1). Allo stesso tempo, vogliamo scoprire, contemplare e riflettere i bei segni - a volte fragili e nascosti - della presenza di Dio nella nostra vita. Con realismo e anche con lo sguardo della fede, ammiriamo con quale bellezza lo Spirito di Dio si riversa ovunque.
Come la prima comunità cristiana, “insieme a Maria, la Madre di Gesù” (At 1,14), anche noi vogliamo essere un segno di speranza e di incoraggiamento per tutti coloro che entrano in contatto con la spiritualità del Carmelo e desideriamo riflettere, come fece p. Titus Brandsma in situazioni molto drammatiche, la misericordia e la tenerezza di Dio. Faccio dunque mia la bella invocazione del Beato Tito in uno dei suoi esercizi spirituali: “Come gli apostoli, vogliamo perseverare unanimemente nella preghiera con Maria, la Madre di Gesù, confidando che, attraverso la sua intercessione, lo spirito di rinnovamento scenda su di noi, accendendo i nostri freddi cuori... Maria sarà la nostra guida!”.
Maria, Madre e Sorella nostra, che, ai piedi della croce (cf. Gv 19,25), ti sei associata alla bontà del cuore mite e umile di Cristo (cf. Mt 11,29), preghiamo per tutti coloro che soffrono a causa della loro fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. Tu che sei Regina dei martiri, aiutaci ad essere testimoni credibili del Vangelo, rispondendo al male e all'ingiustizia con la forza del perdono, della verità e della carità.
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Fr. Míċeál O’Neill, O. Carm.
Priore Generale
Roma, 1 maggio 2022
1 Piano Globale del Consiglio Generale dei Frati Carmelitani, 2019-2025.
2 cfr. S. Teresa, C 4,1
3 Cf. Costituzioni dei Frati, 2019, n. 177
4 Papa Francesco, Gaudete et exultate, n.7
5 cf. S. Giovanni della Croce, CB 39,4.
6 Tertulliano, De Patientia 6.
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Lezioni per vivere la malattia secondo Tito
Nemmeno per un minuto oserei paragonarmi a Tito Brandsma, carmelitano, che sta per essere canonizzato santo. L'unica cosa che abbiamo in comune è il nostro essere "carmelitani", niente di più. Ma non posso fare a meno di vedere alcuni parallelismi nei viaggi delle nostre vite, che mi confortano mentre invecchio e devo finalmente affrontare la morte in tempo reale come fece Tito. I parallelismi sono: dolori di pancia che sono come pugni allo stomaco imprevisti (o notti oscure passive dello spirito) causati da 1) tempo forzato trascorso tutto solo nella propria cella, e 2) la prospettiva di una morte prematura che pende sulla propria testa. Entrambe le esperienze portano ad un senso di inutilità e ad un senso di impotenza schiacciante.
Forse Tito ha visto arrivare la sua incarcerazione in Olanda negli anni '40, ma io non ho visto arrivare la pandemia di Covid nel Perù in 2020. Nel marzo del 2020 mi sono trovato a passare da pastore occupato a Pucusana, una città di pescatori a sud di Lima, alla vita isolato in cella nella casa parrocchiale di Pucusana. Era una stretta chiusura, la madre di tutte le chiusure in Sud America in quel momento. Improvvisamente la mia cella divenne più di un semplice rifugio diurno dagli obblighi pastorali o un posto notturno dove posare la testa. Divenne un vero e proprio eremo in stile XIII secolo, del tipo che si poteva trovare sul Monte Carmelo nel 1207 o giù di lì.
Il 19 gennaio 1942, la vita normale di Tito, piena di attività veementi, cambiò drasticamente. Si ritrovò tutto solo in una vera cella con sbarre e serrature, e la sua prima reazione fu: "Ora sto ottenendo ciò che ho sempre desiderato nella vita. Vado in una cella dove finalmente diventerò un vero carmelitano". "Fu quasi con un senso di gioia che abbracciò la solitudine della sua cella e si concentrò sulla reale presenza di Dio che lo accompagnava in ogni momento, giorno e notte. Nel silenzio della sua cella avrebbe dovuto fare i conti con un più profondo senso di sé e dare un nuovo significato al modo in cui trascorreva le sue giornate, non sentendosi più utile come era sua abitudine quando lottava per la pace e la giustizia e l'uguaglianza nel suo lavoro come Rettore dell'Università.
Il mio isolamento dovuto alla pandemia nella parrocchia di Pucusana non è stato così gioioso, anche se ho sperimentato un senso più profondo della presenza di Dio nella mia vita. Avevo anche qualche buona lettura spirituale per tenere alto il mio spirito, come il libro su Tito intitolato Incontro con Dio nell'abisso di Constant Dölle. Allo stesso tempo stavo sperimentando un grande senso di colpa (chiuso nella mia stanza come un codardo mentre la gente in città andava al lavoro - infermieri e dottori con i pazienti di Covid, persone che si occupavano dei negozi nella piazza del mercato, autisti di autobus e pescatori, lavoratori essenziali). Tuttavia, a differenza di Tito, non ero impotente. Ho chiesto al mio Superiore un cambio di sede, e sono potuto andare nel nostro Noviziato ad insegnare alcune lezioni ai Novizi... il che mi ha dato un po' di sollievo.
Il sollievo durò un paio di mesi. Poi lo Spirito colpì di nuovo con un secondo pugno allo stomaco (seconda notte oscura passiva dello Spirito). Una notte, dopo aver preparato le lezioni, cominciai ad urinare sangue. Diversi esami e operazioni più tardi il medico diagnosticò un cancro maligno nella vescica. Dopo l'asportazione del tumore ho dovuto trasferirmi nella nostra casa centrale di Miraflores, ancora una volta confinato nella mia cella durante la terapia, sperimentando non solo l'inutilità, ma l'impotenza e, come Tito, dovendo essere realistico sulla possibilità di morire in un futuro non troppo lontano. Presto avrei compiuto 88 anni.
La fortuna volle che la mia terapia cominciò a funzionare e tornai alla parrocchia di Pucusana ma con delle capacità di lavoro limitata. La sfida ora era come continuare a lavorare senza essere amareggiato. Tito mostrò di nuovo la strada. Sulla strada per Dachau via Kleve fu gettato in celle più piccole e più affollate. Fu un periodo di terribile sofferenza fisica e spirituale per Tito, una terribile notte oscura passiva, ma una notte di enorme consolazione per coloro che ebbero la fortuna di condividere la loro vita con la sua. Tito poteva prevedere la sofferenza che sarebbe venuta a Dachau, non più in una cella privata, ma gettato nella cella comune con migliaia di altri prigionieri. In una delle sue poesie, scrisse: Ma il dolore per me è una benedizione per il mio cuore, perché il dolore mi fa diventare come Te". La notte buia lo avrebbe trasformato, così come il tempo trascorso nella sua cella, nel Dio della compassione e della misericordia di Dachau. La sua attenzione non sarà più rivolta a Dio e a sé stesso, ma a Dio e ai suoi fratelli prigionieri, incarnando in sé stesso l'arcana ma precisa definizione dell'amore: "quando i bisogni degli altri sono più grandi dei miei". Non importa quanto soffrisse ai lavori forzati o venisse punito fisicamente da soldati sadici, sarebbe sempre stato lì per i suoi fratelli i cui bisogni erano più grandi dei suoi. Andava a trovare ognuno di loro ogni giorno nei loro alloggi comuni, una parola consolante per tenere alto il loro spirito, un abbraccio amichevole per rinnovare la loro fede nell'amore, una preghiera tempestiva per dare loro la forza di superare la giornata, mentre lui stesso camminava alla cieca in una notte oscura dell'anima.
La trasformazione di Tito fu sottile ma totale. Il suo mentore, Giovanni della Croce, ha detto nel suo Cantico spirituale: "Nessun gregge è ora sotto la mia cura, nessun'altra fatica condivido, e solo ora nell'amare è il mio dovere". Tito non aveva più un gregge da accudire in Olanda. Non era più considerato un illustre studioso che poteva risolvere problemi educativi o tenere profondi discorsi teologici o scrivere profondi articoli di giornale. Gli restava solo l'amore: occuparsi dei bisogni dei suoi fratelli prigionieri, i cui bisogni erano più grandi dei suoi. E così Tito si preparò alla morte per iniezione letale accettando umilmente il suo attuale stato di sconforto e successivo rifiuto: "pati e contemni" - soffrire per mano delle guardie ed essere disprezzato, diventando nulla, niente, solo un numero 30492. Ma allo stesso tempo si stava fondendo con il Dio dell'Amore e della Compassione e della Misericordia, diventando amore, che era tutto.
Come ho detto all'inizio, non oserei mai paragonare la mia vita a quella di Tito. Ma come mi ispira a terminare il mio cammino carmelitano qui sulla terra come un nessuno, un niente, non cercato, non consultato, non necessario, lasciando solo l'amore, come direbbe Thomas Keating. L'amore è l'unica cosa che conta alla lunga. Tito ha condiviso l'amore di Dio con i suoi compagni di prigionia fino alla fine e, infine, con la sua infermiera, Tizia, che a malincuore ha dovuto somministrare la sua definitiva iniezione letale. Si sentiva così dispiaciuto per lei e cercava di alleviare il suo senso di colpa - il suo bisogno era più grande del suo nell'ultimo momento della sua vita. Che grande esempio!
Dio sa quanti mesi o anni ho ancora da vivere. L'unica cosa che so ora è come morire. San Tito, ti preghiamo, mostraci la via.
Gregory James Geaney, O. Carm.
Pucusana, Perú
Testimonianza delle suore carmelitane su Tito Brandsma
Per me, questo è un segno che la vita e il lavoro monastico possono andare ben oltre le mura del covento, e che il misticismo e la conoscenza (la scienza) non si contraddicono a vicenda, ma piuttosto possono fertilizzarsi a vicenda. Entrambi sono la base per agire sinceramente secondo la mia coscienza, seguendo l'esempio di Tito Brandsma.
Tito Brandsma é stato molto attivo in lungo e in largo nei Paesi Bassi come carmelitano, scienziato, scrittore e giornalista. Vedo nella sua opera un misticismo vissuto fino alla sua morte a Dachau. Noi carmelitani ci sforziamo di vivere la ricca tradizione e la spiritualità dei nostri santi religiosi. L'unione con Dio e la proclamazione della pace e dell'amore è stata realizzata da P. Tito nella sua vita. Anche noi possiamo proclamare il Regno di Dio, specialmente attraverso la nostra presenza qui al memoriale del campo di concentramento. Vogliamo essere aperti ai bisogni del mondo e alle preoccupazioni della gente. Tito Brandsma ci incoraggia a fare questo.
Tito Brandsma concluse il suo ultimo rapporto sulla responsabilità della resistenza contro il nazionalsocialismo con l'augurio di pace: "Dio benedica i Paesi Bassi, Dio benedica la Germania. Dio conceda che entrambi i popoli possano presto stare di nuovo fianco a fianco in piena pace e libertà, nel riconoscimento di Dio e per la Sua gloria, per la salvezza e il benessere di entrambi i popoli così strettamente legati". Questo è tutto quello che serve per vedere quanto sia rilevante Tito Brandsma per la mia preghiera e il mio lavoro in questo luogo, mentre le nazioni fratelli sono di nuovo in guerra tra loro.
Per me, in questo periodo di crisi, Titus Brandsma è diventato un santo patrono dei giornalisti indipendenti e onesti in Russia. Nonostante le persecuzioni e la minaccia di morte, si è battuto per la libertà di espressione della stampa e ha dato la vita per essa. È un faro di speranza e un modello di comportamento. Gli affidiamo di essere la guida di tutti i giornalisti che agiscono secondo la loro coscienza nonostante la repressione.
Il suo coraggio mi fa riflettere se anch'io seguo la mia coscienza.
Vedo Tito Brandsma come un modello da imitare. Mi incoraggia a esprimere le mie richieste davanti a Dio e a includere nelle mie preghiere proprio quelle persone per le quali desidero maggiormente la vicinanza e l'aiuto di Dio. Accettare tutto quello che può essere sgradevole nella vita quotidiana, essere onesto con me stesso e con gli altri, vivere consapevolmente in questo luogo a Dachau, ricordare le persone innocenti che sono state maltrattate è la cosa più importante per me.
Ciò che ha avuto un'influenza duratura sul mio incontro con Tito Brandsma è stata la sua beatificazione a Roma il 3 novembre 1985. Il 5 novembre abbiamo visto un folto gruppo di pellegrini provenienti dall'Olanda che, al loro ritorno, hanno pregato e celebrato l'Eucaristia a Dachau, il luogo della sua sofferenza e morte. Tra i pellegrini c'era sua nipote, con la quale ho potuto parlare più a lungo. Improvvisamente il Beato Tito era uno di noi, questo si sentiva molto chiaramente. Si sono sviluppate amicizie tra i nostri fratelli e sorelle carmelitani. Da allora ho letto le sue opere per conoscerlo meglio.
L'amicizia con e attraverso P. Tito, che ci unisce ai nostri fratelli e sorelle di tutto il mondo, mi fa provare felicità e gratitudine.
Per tutti noi, gli incontri annuali con la famiglia olandese Carmel rimangono ricordi vividi. Oltre alle riunioni, è stato lo stare insieme davanti al Blocco 26 che è diventato un luogo per ricordare Tito, dove lui è stato tanto vicino a noi. Abbiamo ascoltato le preghiere e i canti nella sua lingua, ci siamo uniti nel ringraziamento e nel ricordo come sorelle e fratelli nel suo spirito. Ogni volta che c'è un'occasione per riunirsi davanti al Blocco 26, Tito è lì.
Quando torno a meditare sulla vita di P. Tito Brandsma trovo conforto per la mia preghiera e il mio lavoro quotidiano.
Ha unito la spiritualità dell'ordine carmelitano con la spiritualità teresiana, le confessioni delle diverse chiese cristiane nell'ecumenismo e a Dio con il mondo. Ha detto che la mistica è una via praticabile per tutte le persone in tutti i luoghi della vita quotidiana perché "la presenza di Dio è sempre viva dentro". "Ha potuto rispondere all'odio dei suoi torturatori con l'amore perché ha detto: "Anche loro sono figli del Dio amoroso, e chissà che qualcosa non cambi dentro di loro? (Fonti: Titus Brandsma, O. Carm, Martiri a Dachau, Georg Geisbauer. Fiery Arrow, L'incontro con Dio nell'abisso).
Le monache carmelitane scalze del monasterio di Helig Blut
Dachau, Germania




















