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Giovedì, 06 Novembre 2025 09:14

S. Elisabetta della Trinità (OCD), Vergine

Elisabetta della Trinità è una delle figure più note della spiritualità contemporanea. Col suo esempio e con la sua dottrina, da anni esercita un influsso sempre in aumento, dovuto soprattutto alla sua esperienza trinitaria e ai suoi brevi scritti (note spirituali, corrispondenza) densi di dottrina ed eco della sua comunione con le Tre Divine Persone.

Umile e pura, ricca di intelligenza aperta a tutte le bellezze della grazia, della natura e dell'arte, alla scuola di s. Paolo, di s. Teresa d'Avila e di s. Giovanni della Croce imparò la lezione dell'amore ai «Tre» --secondo l'espressione che le era cara--e insieme le leggi della corrispondenza a tale amore. Silenzio e raccoglimento, contemplazione illuminata del mistero trinitario e del dogma cristologico, docilità generosa alle minime ispirazioni, fedeltà incondizionata alla volontà divina nella sua vocazione carmelitana, la formarono ad una vita di dedizione che in breve raggiunse alta perfezione.

Aderendo all'anima del Cristo “suo libro preferito”, in lui e con lui si elevò fino alla Trinità, della quale volle essere laudem gloriae, cioè un'anima «che adora sempre e, per così dire, è tutta trasformata nella lode e nell'amore, nella passione della gloria del suo Dio». Tale lode e tale amore erano diretti essenzialmente alle Tre Divine Persone presenti nella sua anima: è questo il centro della sua spiritualità e del suo messaggio. Scriveva infatti: «Io sono Elisabetta della Trinità, cioè Elisabetta che scompare, che si perde, che si lascia invadere dai Tre». E aggiungeva《L'Amore abita in noi: perciò il esercizio è di entrare nel mio interno e di perdermi in Coloro che sono ivi.

Questo orientamento spirituale, fondato sulla convinzione di fede nell’abitazione divina, fu la grazia della sua vita. Fedelissima alla progressiva illuminazione interiore che le proveniva, soprattutto, dall'approfondimento contemplativo dei testi del Vangelo e di S. Paolo, poté raggiungere esperienza notevoli, come quella dell’ Ascensions del 1906:《Stamani ho udito in fondo all’anima questa parola: "Se qualcuno mi ama, il Padre mio l’amerà, e vorremo a lui e porremo in lui la nostra dimora”, e nel medesimo istante ho veduto come ciò avveniva realmente. Non saprei dire come si siano rivelate le Tre Divine persone, ma pure io le vedevo tenere in me il loro consiglio d’amore, e mi pare di vederle ancora così”. La grazia della coscienza quasi ininterrotta dell'inabitazione della Trinità I’ accompagnò negli ultimi mesi della vita, fortificandola e sostenendola nel periodo di martino che la doveva «configurare alla morte di Gesù, trasformarla in lui crocifisso » per la gloria del Padre e per la Chiesa.

Già il 21 nov. 1904, nella sua celebre Elevazione alla Trinità: O mon Dieu, Trinité que j'adore, aveva chiesto allo Spirito Santo:《Discendi in me, affinché nell'anima mia si faccia come un'altra incarnazione del Verbo: che io gli sia una umanità aggiunta (“une humanité de surcroit") nella quale egli rinnovi il suo mistero», comprendendo che tale aspirazione non poteva realizzarsi che sulla croce. Dio l'esaudì. Il 1906 fu un susseguirsi di dolori sopportati con fortezza in unione al Cristo, con lo sguardo rivolto alla Chiesa e alle anime. Dopo una crisi violenta fu udita esclamare: «O Amore, Amore! consuma tutta la mia sostanza per la tua gloria. Che essa possa distillarsi goccia a goccia per la tua Chiesa! Era l’ideale che la sosteneva e le faceva scrivere alla madre: “Il Padre m’ha predestinata ad essere conforme a suo Figlio crocifisso; il mio Sposo vuole che io gli sia una umanità aggiunta nella quale Egli possa soffrire ancora per la gloria del Padre e per aiutare la Chiesa: questo pensiero mi fa tanto bene. Egli ha scelto la tua figlia per associarla alla grande opera della Redenzione, l’ha segnata col sigillo della Croce, e su di essa soffre come una estensione della Passione”.

Animata da tali certezze, sorretta da un amore sempre più vivo e teologale per la Vergine Immacolata, Ianua coeli , «la grande lode di gloria della Trinità», come definiva la Madonna, godendo anche nel dolore l'intimità coi «Tre», morì, mormorando quasi in tono di canto: «Vado alla luce, all'amore, alla vita».

Aveva scritto qualche tempo prima:《La Trinità: ecco la nostra dimora, il nostro focolare domestico, la casa paterna da cui non dobbiamo mai uscire ». E due settimane avanti la morte: «Credo che in cielo la mia missione sarà di attirare le anime al raccoglimento interiore, aiutandole a uscire da se stesse per aderire a Dio con un movimento semplicissimo, tutto amoroso, mantenendole in quel grande silenzio interiore che permette a Dio di imprimersi in esse e di trasformarle in Sé». L'invito e la promessa non sono stati lettera morta: molte anime, come prova la documentazione raccolta per l'inizio della causa di beatificazione, seguono la sua via e i suoi esempi nel rivivere la sua grazia, la grazia piena del battesimo che configura a Cristo e fissa nel profondo dell'essere la presenza amorosa della Trinità, sorgente e termine di ogni perfezione.

Il 12 luglio 1982, alla presenza del Santo Padre Giovanni Paolo II, fu promulgato il Decreto sulle virtù. Il 17 febbraio 1984 fu promulgato il Decreto sul miracolo per la beatificazione (il Processo era stato istruito a Dijon negli anni 1964-1965), e il 25 novembre 1984, nella Basilica di San Pietro, si svolse la solenne cerimonia di beatificazione. Papa Francesco ha canonizzato Elisabetta come santa il 16 ottobre 2016.

[Adattato da Valentino Macca, “Elisabetta della Trinità” in Dizionario carmelitano, pubblicato dalle Edizioni Carmelitane]

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